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Qual'è il volto della mafia?

Da oltre sei anni cerco di lavorare come marittimo vicino casa...so benissimo di non essere l'unico e quindi so che dovrò aspettare un po'...ciò che non riesco ad accettare è il totale ostracismo espresso nei confronti di un armatore che per la cronaca è un mafioso patentato ma, nei fatti, non riesce a farsi strada nel mercato del traghettamento nello stretto di Messina...ma che razza di mafioso è uno che non riesce a farsi largo nella fruttuosa rada san francesco, che non riesce a corrompere dirigenti e funzionari di autorità marittime e portuali?...al contrario come si debbono definire i padroni della rada san francesco ovvero quelli che sono finiti davanti ai giudici nella vicenda delle concessioni?quelli che disobbediscono a ordini di capitanerie e autorità portuali e non concedono alocuno spazio a chi vuole lavorare...gli stessi sindacati del vettore pubblico di fatto "fiancheggiano" il monopolista privato perchè a loro piace lo "status quo" e strillano e straparlano di sicurezza e diritti negati...ma hanno mai pensato ai diritti di quelli che navigano da decine d'anni oltre gli stretti?hanno pensato ai diritti di chi non riesce a lavorare...che ne pensa il "fotogiornalista" pagato con ticket d'imbarco sulle caronti?quello che vede la mafia dappertutto e non vede che un gruppo economico sta letteralmente divorando la città e ingrassando i prpri patrimoni? qual'è la vera faccia della mafia messinesi bacchettoni e buddaci?
Marittimodisoccupato (dal forum di Nuovosoldo.it)
Alla conquista del Libano

Tolta di mezzo la Siria attraverso le pressioni internazionali, i piani israeliani di riconquista del territorio possono ripartire. Serve solo la scusa...
TEL AVIV,30 GIU- Israele ha elevato lo stato di allerta al confine col Libano in seguito ai gravi incidenti di ieri e di oggi. Lo riferiscono fonti militari. Stamane una unita' di elite israeliana - secondo la radio militare - ha ucciso un guerrigliero penetrato dal territorio libanese. Sul terreno sembra ci sia il cadavere di un secondo guerrigliero, rimasto ucciso ieri. Ieri nella stessa zona era stato ucciso anche un soldato israeliano, colpito dal fuoco di guerriglieri Hezbollah. (ansa)
(da noreporter.org)
L'Iran chiede all'Italia di pensare ai propri interessi


Hamid Reza Asefi, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, ha chiesto alle autorità italiane di prestare maggiore attenzione agli interessi del proprio paese.
Asefi ha detto questo, nel corso della consueta conferenza stampa, in risposta alle dichiarazioni di Franco Frattini sull'elezione di Ahmadinejad come nuovo presidente della Repubblica Islamica
Asefi ha aggiunto che "la ripetizione di dichiarazioni imprudenti delle autorità statunitensi da parte di un responsabile del governo italiano non aiuta in nulla gli interessi dell'Italia."
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha continuato dicendo che "queste personalità italiane, invece di ripetere le sciocchezze degli altri, farebbero meglio a dimostrare indipendenza e maturità politica e ad adottare una prospettiva ragionevole basandosi sulla realtà."
A cura di "Islam Sciita" - Servizio di informazione dell'Associazione Islamica "Imam Mahdi" (Aj)
Capiamo la voglia di Frattini di servire per il meglio Washington, ma almeno ci pensi due volte prima di parlare. Perchè noi (Europa) dipendiamo anche dall'Iran. E certamente non possiamo (nè vogliamo) fare come fanno gli Usa, che quando servono soldi e petrolio, aggrediscono lo "Stato canaglia" di turno.
I servi sciocchi al Governo!
Per chi crede ancora alle favole, guardi qui:
http://www.effedieffe.com/fdf/giornale/interventi.php?id=506¶metro=esteri
e non si dimentichi di andare su disinformazione.it ad ascoltare Magdi Allam (audio della trasmissione Omnibus)
USA: non paga la bolletta, gli tagliano la luce e il padre malato muore
WASHINGTON - Un uomo di 86 anni, malato d’enfisema e costretto a vivere collegato ad una macchina a ossigeno, e’ morto perche’ la compagnia elettrica ha interrotto l’erogazione per morosita’ all’appartamento del figlio dove l’anziano viveva. Il genitore e’ morto soffocato: era appena tornato a casa da un istituto di cura, dov’era stato ricoverato.
E’ accaduto a Kathleen, in Florida. Secondo la ricostruzione della vicenda in base ai resoconti della stampa locale, Richard Howerton, il figlio di John, la vittima, non aveva pagato una bolletta contestata, ma il giorno prima che il padre tornasse a casa dall’ istituto di cura sua moglie aveva provveduto a sanare il debito. Pero’ la procedura del taglio dei fili era gia’ scattata ed e’ entrata in vigore prima che il pagamento potesse essere registrato.
Quando l’ energia elettrica è stata sospesa Richard ha subito provato ad attivare un generatore elettrico, ma non ha fatto in tempo. Gli inquirenti stanno indagando per accertare eventuali responsabilita’.
La sovranità è un diritto?
(titolo e foto nostri)
Da ieri, i nomi dei tredici agenti della Cia accusati del rapimento dell’Imam ‘Abu Omar’, sono ricercati in tutta Europa. Infatti con la formale trasmissione all’ufficio di coordinamento giudiziario di Eurojust, l’ordine d’arresto acquista automaticamente efficacia in tutti gli Stati dell’Unione. Ma fonti giornalistiche americane rivelano che gli agenti Cia sono ormai uccel di bosco, avendo abbandonato per tempo l’Unione per andare in lidi più tranquilli. Per il gip Chiara Nobili, è stato il responsabile dell’ufficio Cia del capoluogo lombardo Robert Seldon Lady ad “avere coordinato l’azione, garantendo altresì collegamenti ed assistenza agli altri concorrenti nel reato, anche per effetto della sua pregressa presenza ed attività lavorativa a Milano”. Così scrive nell’ordinanza di custodia cautelare per 13 agenti Cia, che avrebbero rapito l’ex imam di via Quaranta Abu Omar,. Seldon infatti ricopriva a Milano una doppia carica: quella di console degli Stai Uniti e di responsabile dell’ufficio Cia. Niente conflitti di interesse in questo caso: il padrone era sempre lo stesso.I ricercati, sono 10 uomini e tre donne. Secondo la ricostruzione del rapimento, l’azione fu compiuta materialmente da persone che hanno usato questi nomi negli spostamenti materiali e nell’uso dei cellulari: George Purvis, Gregory Asherleigh, Lorenzo Carrera, Benamar Harty, Raymond Harbaugh, Joseph Sofin e Pila Rueda, oltre a Monica Courtney Adler nel ruolo di vedetta. Inoltre sono emerse la chiara responsabilità della Cia nella fabbricazione di documenti falsi utilizzati per sviare le indagini, di cartelle cliniche rubate in Egitto per cancellare la documentazione delle torture e di intidimidazioni nel miglior stile americano, ovvero da regime dittatoriale, per chiudere la bocca all’unica testimone oculare e terrorizzare i suoi familiari.
Abdelhamid Shari, direttore laico dell’Istituto islamico di viale Jenner a Milano, conferma a ‘Il Corriere della Sera’ che l’imam rapito dalla Cia nel febbraio 2003 è detenuto in una prigione egiziana. Quella di Al Tora sulla Corniche del Cairo. Come ha raccontato al quotidiano Abdelhamid Shari, “I familiari di Abu Omar hanno la possibilità di visitarlo ogni sette-dieci giorni: l’ultima volta pochi giorni fa. L’imam è provato per quanto ha patito in cella e le tracce delle sevizie «sono visibili sulla sua pelle”. La vicenda poi, assume ancora di più tutti i contorni di una spy story: infatti la prima liberazione dell’Imam dalle carceri egiziane risale a diversi mesi fa. Giusto il tempo di fare delle telefonate al centro islamico di via Corelli e alla moglie dall’Egitto. Poi Abu Omar sparisce nuovamente nei bui meandri delle prigioni del Mukhabarat al-Aama (il servizio segreto egiziano). Non è chiaro neanche alle fonti investigative come mai l’Imam si a stato liberato, condizione che gli ha poi permessi di contattare la moglie in Italia e di rivelare le modalità del rapimento e le vicende della detenzione. Non solo. Durante la telefonata con la moglie Abu Omar chiede alla stessa se gli avevano portato via il pc. La telefonata era sotto controllo e il computer è stato poi portato via dagli investigatori italiani. Insomma, qualcosa non quadra in tutta questa vicenda.
In Italia pochi politici hanno parlato di questo vergognoso caso. Cossiga è stato uno di quei pochi: “Dopo il sequestro di Abu Omar da parte degli agenti della Cia avvenuto in Italia, il nostro Paese deve protestare nei confronti degli Stati Uniti, ribadendo di non essere un Paese a sovranità limitata come poteva accadere durante la Guerra fredda, che oggi però è terminata. Io sono italiano- dice Cossiga - e non posso certo approvare che gli agenti di un servizio segreto di un Paese straniero anche se amico scorrazzino, perfino all’insaputa delle autorità e dei Servizi italiani, quasi liberamente nel nostro Paese, sequestrando stranieri, anche se indiziati gravemente di terrorismo, usando forse violenza e torture su di essi in una base aerea italiana, e infine trasferendoli illegalmente e fuori dello Stato, e per di più partendo da una base militare nazionale concessa agli Stati Uniti per scopi del tutto diversi, per poi consegnarli a uno Stato estero, con prosieguo di violenze e torture. Bene ha fatto quindi la Digos della Polizia di Stato di Milano ad investigare ed il pubblico ministero a procedere contro di loro. Certo, sarebbe stato meglio se l’avessero fatto arrestare loro prima il terrorista…Gli americani - ricorda il senatore a vita – hanno sempre ritenuto di poter fare in Italia quello che volevano ed hanno sempre considerato i Servizi segreti militari italiani, Sifar e Sios, come al loro diretto servizio, e ‘odiavano’ e non si fidavano dei più indipendenti servizi del ministero dell'Interno. Ma c'era la Guerra fredda - sottolinea ancora l’ex capo dello Stato- e l’Italia in fondo non era certo in grado di difendersi da sola, neanche nella guerra segreta, e doveva sopportare. Ma certe abitudini quando si contraggono non sono facili da dismettere! Certo non possiamo dichiarare la guerra agli Stati Uniti o rompere o solo sospendere le relazioni diplomatiche, politiche ed economiche con l'America, ma possiamo sempre e dobbiamo protestare energicamente e con dignità con il governo degli Stati Uniti e dare subito il via alla rivisitazione del problema delle basi militari americane, adottando intanto urgentemente misure per il controllo dell'uso che ne viene fatto, anche da parte della Polizia Militare italiana”. Dice bene Cossiga, ma lui è stato uno di quelli che hanno fatto sì che gli Stati Uniti considerassero il nostro Paese alla stregua di uno staterello del Risiko. Se gli Stati Uniti si sono permessi di fare quello che hanno fatto, è anche colpa di Cossiga. Ora dopo il Caso Calipari, un altro schiaffo forte in faccia alla nostra sovranità. Qualcuno dai palazzi del potere dovrebbe rispondere, alzare la voce. Ma niente. Non si sente niente. Tutti zitti. No, qualcosa si sente: le squallide battute di Berlusconi.
Cristiano Tinazzi
(da Rinascita)
I dannati dei Greyhound

Gli autobus del mito americano oggi sono usati dalla popolazione più povera
Per i fan di Jack Kerouac e del viaggio on the road, quei torpedoni col levriero grigio disegnato sulle fiancate sono il mitico mezzo con cui scoprire la vera America. Quella fatta di piccole città e di sconosciuti che quando li incontri ti chiedono come sta andando la tua giornata.
Ma a parte qualche fricchettone che si avventura ancora in estenuanti coast to coast, a bordo degli autobus Greyhound oggi trovi semplicemente l’America più povera: le minoranze, gli immigrati, i disoccupati. Quelli che non hanno i soldi per comprarsi un biglietto aereo, e che per spostarsi su grandi distanze non hanno altra scelta che sorbirsi decine di ore, se non giorni interi, seduti in un pullman.
In passato era diverso. Non è più come negli anni Trenta. A quel tempo, su una rete stradale ancora precaria in molte zone e prima del boom dell’automobile, era quasi una gioia salire su un Greyhound: i veicoli erano nuovi, lucidi nel loro grigio-azzurrino, pionieri del trasporto di massa negli Stati Uniti.
Come ha scritto Alex Roggero nel suo libro La corsa del levriero, “le superbe stazioni art déco (disegnate dai più famosi architetti dell'epoca) rappresentavano in ogni città, anche quelle più sperdute, il simbolo del progresso e dell'avventura”.
Oggi la situazione è ben diversa. Le stazioni sono spesso anonimi edifici sistemati nelle aree più malfamate delle città. In centro, sì, ma comunque meta principale di personaggi loschi che gravitano nella zona. Gli autobus sono vecchi, i posti sono scomodi. I sedili sono spartani e ben poco reclinabili all’indietro, lo spazio per le gambe è ristretto. Il servizio di trasporti extraurbano in Turchia, in confronto, è un lusso e costa molto meno.
Non c'è altra scelta. Resta il fatto che sulle grandi distanze, se non si ha una macchina, spesso non c’è alternativa.
Se uno deve andare da Chicago a New York, distanti tra loro 1300 chilometri, con tutte le compagnie low cost che ci sono adesso può anche trovare un biglietto aereo sotto i cento dollari.
Ma se deve spostarsi tra località che non stanno sulle tratte più frequentate, i prezzi degli aerei salgono subito e spesso costringono a lunghe soste negli aeroporti per aspettare le coincidenze.
La rete ferroviaria della Amtrak, specie a Ovest, sembra la mappa delle rotte delle carovane di centocinquanta anni fa: quattro linee solcano il Paese orizzontalmente.
Ma a Est non va molto meglio. Esempio: per andare da Memphis, Tennessee a Charlotte, North Carolina, col bus ci metti una quindicina di ore per percorrere i quasi mille chilometri che separano le due città. Con il treno, saresti costretto a scendere fino a New Orleans e lì cambiare convoglio, triplicando così i chilometri del tragitto.
In viaggio per giorni. “Negli Usa e in Canada, Greyhound ti porta dove vuoi”, dice sorridendo Curtis Edwards, un conducente afro-americano che guida per le prime ore notturne il bus Washington-Dallas (un giorno e mezzo di viaggio). Non proprio dappertutto, ma quasi: nella parte orientale degli Usa, la rete del levriero è in effetti molto capillare. Basta armarsi di pazienza, stare attenti a tutte le coincidenze, e reggere bene la mancanza di sonno.
Non sono poche comunque le persone che si sottopongono a viaggi massacranti. “Aspetto mio figlio che sta tornando dalla California”, dice a Knoxville, Tennessee, un cinquantenne a bordo del suo fuoristrada. Da quanto tempo è in viaggio? “Quattro giorni”. Potrebbero essere anche meno, ma molte persone preferiscono dormire da qualche parte a metà strada, perché farsi cento ore di fila in un bus è proibitivo.
Il viaggio più lungo che hai fatto?, chiedo a un giovane muratore in viaggio dalla Florida all’Indiana che è un cliente abituale dei Greyhound. “Da Bangor, Maine a Portland, Oregon”. I due opposti dell’America settentrionale. Cinque giorni su quattro ruote. “Ma non posso fare altrimenti, i soldi per l’aereo non li ho”, dice.
Costi contenuti. Il vantaggio dei Greyhound, infatti, è che più aumentano le distanze più sono economici in proporzione. Un biglietto per il New York-Washington comprato il giorno prima, con solo quattro ore di viaggio, costa 35 dollari.
Ma se ci si attrezza per tempo, prenotando con un anticipo di almeno una settimana, i prezzi si dimezzano. Per andare da New York a Los Angeles – quasi tre giorni su strada – si pagano 109 dollari. Sulle distanze superiori a 4.500 chilometri, questa è la tariffa massima. Quindi, anche per chi vuole fare un coast to coast vecchio stile ma non vuole guidare, i Greyhound rimangono una soluzione.
Un solo consiglio: è indispensabile un cuscino.
Alessandro Ursic
(da peacereporter.net)
Segnaliamo l'interessante articolo di Blondet sul sito www.effedieffe.com:
"Guardiamo sgomenti alle loro buste-paga"

Un'impietosa e veritiera fotografia della triste realtà che ci circonda; ma Blondet ci ricorda anche che questo non è "normale", o almeno non dovrebbe esserlo. Siamo in piena sintonia col Blondet-pensiero
Parole al vento

La vedova di Calipari vuole sapere la verità. Ma la verità porterebbe ad altre verità nascoste di cui l'agente del Sismi era sicuramente venuto a conoscenza e allora...
ROMA - Quando arriva nella palazzina principale di Forte Braschi, quartier generale del Sismi, gira tra le mani un foglio con appunti scritti a penna. Tailleur bianco di lino, occhiali scuri, Rosa Calipari saluta il direttore del servizio generale Niccolò Pollari, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e la sfilza di generali e personalità politiche. "Parlerà, farà un discorso": la voce si diffonde in un attimo, un sussurro di capannello in capannello. Ha parlato, la vedova Calipari, quattro mesi dopo la morte del marito, mesi di silenzio istituzionale, parole mai sopra le righe ma molto nette, senza la concessione di una lacrima ma piene di commozione. E ha detto parole che sono pietre: "Il migliore omaggio a Nicola Calipari sarà l'accertamento della verità sulle cause e sulle responsabilità di quello che è successo quella sera a Bagdad". La sera del 4 marzo quando le dissero che suo marito era stato ucciso dal fuoco amico a due chilometri dell'aeroporto dove stava riportando l'ostaggio appena liberato Giuliana Sgrena. Parla e chiede la verità Rosa Calipari, convinta che la verità ancora non sia stata detta. E la chiede alla magistratura, "a cui va tutta la mia solidarietà e gratitudine".
C'è una medaglia d'oro al valore militare, le parole solenni del Presidente della Repubblica, molta Italia che gli dedica scuole e piazze. Ora c'è anche l'ulivo arrivato dalle colline di Gerusalemme grazie alla Antidefamation League e piantato in un'aiuola di Forte Braschi, "dove - dice il generale Pollari - Calipari ha lavorato e ancora sembra di vederlo in questo o l´altro ufficio". La memoria di Nicola Calipari sembra ben custodita e rinnovata. Ma non basta perché il tempo, si sa, livella, smorza, fa dimenticare. E lei, la vedova, non ci sta. (Repubblica.it)
(da noreporter.org)
IMPORTANTE:

In attesa del video, su disinformazione.it troverete i files audio della puntata di Omnibus sull'11 settembre. Da non perdere!