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Truffa agli invalidi

.... Politica dell'eguaglianza...
Alcuni politici di Bari si sarebbero appropriati di 5 milioni di euro, destinati all'integrazione delle persone invalide.
BARI - Sei persone sono state messe agli arresti domiciliari su disposizione della magistratura barese con l'accusa di essersi appropriate di circa cinque milioni di euro di fondi che lo Stato, attraverso la regione Puglia, aveva destinato all'inserimento sul mercato del lavoro di persone affette da handicap. Un settimo mandato di arresto deve invece ancora essere notificato dalla polizia giudiziaria.
Tra i destinatari delle misure cautelari il consigliere della Provincia di Bari, Luigi Santangelo (Udeur), un altro politico locale di cui non sono state rese note le genralità, tre imprenditori del Barese, e due funzionari ex responsabili del settore cooperazione della regione Puglia.
Le sette persone coinvolte nell'inchiesta sono accusate, a vario titolo, di aver preso parte, tra il 2002 e il 2003, a un'associazione per delinquere finalizzata al peculato e al falso. Secondo la procura di Bari, con il meccanismo delle false fatturazioni, hanno dirottato e incassato fondi che lo Stato aveva destinato alla Regione (e questa ad alcune cooperative) per dare incentivi agli imprenditori che assumevano invalidi iscritti alle categorie protette.
I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal Gip del tribunale di Bari, Vito Fanizzi, su richiesta del procuratore aggiunto, Marco Dinapoli, e dei sostituti Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro. (repubblica.it)
Palestina : UN COLPO AL CERCHIO E TRE ALLA BOTTE

Se qualcuno si domandava la ragione per l'improvvisa "generosità" di Sharon, nell'aver obbligato i coloni di Gaza a rientrare in terra d'Israele, forse ha trovato una parte della sua risposta. E di ieri la notiza di una violenta protesta ufficiale, da parte della leadership palestinese, per l'improvvisa "annessione" fatta dalla autorità israeliane - senza chiedere niente a nessuno, ovviamente - di una fetta di territorio palestinese, attorno a Gerusalemme Est.
La motivazione data dagli israeliani è stata molto semplice: abbiamo bisogno di quel territorio - che loro chiamano E1 - per farci passare il muro di cinta, che deve poter arrivare ad includere la colonia di Maale Adumim, che altrimenti resterebbe isolata. Peccato appunto, che per "raggiungere Maale Adumim", ...
... un "settlement" di quasi 30,000 coloni israeliani, il muro venga a segare in due la terra che collega Gerusalemme Est alla maggior parte dei territori della Cisgiordania.
I palestinesi che vivono arroccati a Gerusalemmme Est si sono da sempre rifiutati, nella grande maggioranza, di prendere "cittadinanza" israeliana, poichè sperano ancora di vedere un giorno quella città diventare la capitale del loro tanto agognato stato.
Nel frattempo però la storia marcia in direzione del tutto opposta, e il loro territorio sta venendo progressivamente spezzettato, diviso, macinato, frammentato, finchè un giorno ci si domanderà probabilmente dove mai è finita quella tutta quella terra che ancora era rimasta ai palestinesi dopo la Guerra dei Sei Giorni.
La tragedia è che tutto ciò si svolge ormai alla piena luce del sole, senza nemmeno più la minima parvenza di un'autorità internazionale che si occupi del problema, con l'Europa che finge ormai sistematicamente di non vedere, e con gli Stati Uniti che continuano nel loro ipocrita gioco di dire agli israeliani "cattivi, non si porta via la terra degli altri", mentre nella sostanza gli permettono comodamente di farlo.
I palestinesi continueranno così ad essere schiacciati, frustrati, umiliati e repressi, nella cieca speranza, da parte dei sionisti, che un giorno semplicemente si arrendano allo stato di fatto. C'è invece il rischio che in questo modo le tensioni non facciano che accrescersi, e che l'infinito braccio di ferro, per quanto sempre più spietatamente a favore di Israele, continui finchè ne rimanga in vita soltanto uno di loro.
Finchè non saranno gli stessi ebrei a liberarsi una volta per tutte di quel cancro maledetto, il sionismo, che li divora dall'interno, e che ormai ha fatto il suo tempo, per nessun di loro si potrà mai prospettare un solo pomeriggio di pace e tranquiltà all'ombra degli ulivi della "Terra Promessa".
Ma forse a loro piace proprio così.
Massimo Mazzucco (da luogocomune.net)
Leggi anche:
Via da Gaza... a Gerusalemme
Lindsey Hilsum Channel 4
Ariel Sharon è un maestro di manovre, scrive Lidsey Hilsum. Mentre
il
mondo
osserva il ritiro da Gaza, lui sta creando ed espandendo gli
insediamenti
in aree più strategiche.
Il falso attacco è un vecchio trucco militare - il generale invia un
plotone delle sue forze per distrarre il nemico, così i battaglioni
in
rotta per il vero obbiettivo incontrano poca resistenza. Fate
attenzione al
finto attacco in Medio Oriente durante le prossime settimane. I
telegiornali di tutto il mondo mostreranno le scene drammatiche di
coloni
israeliani in T-shir arancioni costretti a lasciare la Striscia di
Gazia,
in quello che il primo ministro Ariel Sharon chiama un
"sacrificio doloroso" per la pace. 32.000 soldati e poliziotti sono
stati
mandati ad evacuare 8.200 coloni, se necessario con la forza. I
telespettatori vedranno le colone ebree urlare e scalciare mentre
vengono
portare via dalla terra che Israele ha occupato nel 1967.
Ma Sharon è un vecchio generale, un maestro di manovre. Mentre stiamo
riportando l'abbandono degli insediamenti a Gaza, lui sta
presiedendo
la
creazione e l'espansione di insediamenti in aree strategicamente più
importanti, a cui pochi stanno prestando attenzione. Secondo
l'Ufficio
Centrale Israeliano della Statistica, 3.981 nuove "unità abitative"
sono in
costruzione nella West Bank occupata. Allo stesso tempo, il governo
israeliano sta costruendo degli appartementi e delle infrastrutture
nella
periferia di Gerusalemme, per consolidare il suo possesso della
città
che
sia gli Israeliani che i Palestinesi reclamano come loro capitale.
Le mappe raccontano la storia da sè. Mostrano come un muro costruito
attorno ad una Gerusalemme enormemente espansa confluirà nella West
Bank,
dividendo quasi in due il territorio principale di un qualsiasi
futuro
stato
palestinese. I vicinati palestinesi di Gerusalemme sono stati
circondati
dagli insediamenti ebrei, tagliandoli fuori dalla West bank e
rendendo
impossibile per Gerusalemme est di diventare la capitale
palestinese. E
mentre nuovi insideiamenti ebrei sono in costruzione, alcune case
palestinesi nel cuore della storica Gerusalemme Est araba sono
minacciate
di essere demolite.
Il primo ministro Sharon ha stretto un accordo furbo con il
presidente
George W. Bush: israele si ritirerà da Gaza e, in compenso, gli
Stati
Uniti
accetteranno formalmente che, eventualmente, parti della West Bank
occupata
insediate dagli Ebrei diverranno parte di Israele, qualora uno stato
palestinese dovesse divenire in essere. Pochi "avamposti" nella West
Bank
saranno rimossi nello stesso periodo del ritiro da Gaza, e altri
saranno
eventualmente smantellati, ma il piano è di mantenere i centri
maggiormente
abitati. Bush ha detto che espandere gli insediamenti nell'area di
Gerusalemme non è parte del piano, ma il governo israeliano sta
andando
avanti in ogni caso, certo che, alla fine, avrà quello che vuole.
Dopo la creazione di Israele nel 1948, un confine di armistizio,
noto
come
la Linea Verde, divise la Gerusalemme Ovest israeliana dalla
Gerusalemme
Est araba. Nella guerra del 1967, Israele annesse Gerusalemme Est e
l'adiacente West Bank dalla Giordania, che in precedenza aveva avuto
riconoscimento giuridico. Mentre Israele occupava la West Bank,
riconoscendo che un giorno avrebbe forse dovuro ritornare il
territorio
agli Arabi, annesse Gerusalemme Est, sostenendo che non solo aveva
vinto la
città in battaglia, ma anche che Dio aveva nominato Gerusalemme come
la
sola ed indivisibile capitale dello stato ebraico.
Un nuovo rapporto, La Polveriera Gerusalemme, da un think-tank
indipendente
sul conflitto, il Gruppo di Crisi Internazionale (www.
crisisgroup.org),
registra come il governo israeliano abbia gradualmente esteso l'area
definita come "Gerusalemme". Ora che il mondo si sta concentrando
sugli
eventi di Gaza, i confini della città sono spinti ancora più in là.
Le
mappe mostrano come i confini nazionali segnati nel 1993 comprendano
dei
recenti insediamenti israeliani, con molti Israeliani considerati
non
come
usurpatori in una terra occupata, ma come meri vicini nella loro
capitale,
Gerusalemme. Ora Il governo israeliano sta facendo un altro passo,
creando
una "Gerusalemme involucro", che requisirà altri 60 kilometri
quadrati
della West Bank. Questo includerà gli insediamenti in rapida
espansione
di
Ma'ale Adumin e - sperano - il corridorio verso nord-ovest
conosciuto
come
E1, che collega Ma'ale Adumin al centro della città.
La Gerusalemme Est palestinese è stata circondata dagli Ebrei
confinanti.
Una mappa mostrerebbe che la maggior parte di questi sono su delle
colline,
mentre guardano dall'alto gli Arabi nelle aree sottostanti. Gli
insidediamenti hanno tagliamo fuori la Gerusalemme Est araba dalla
West
Bank. Più significativamente, nelle mappe si trova una linea rossa
che
rappresenta un muro, la barriera fisica di esplosivi e bobine di filo
spinato che Israele sta costruendo per separarsi dalla West Bank.
Apparentemente, serve per fermare gli attentati terroristici, ma
creerà
anche quel che gli Israeliani chiamano "fatti sul terreno", una nuova
estensione nazionale de facto di 45 kilometri nella West Bank.
Secondo Robert Malley dell'International Crisis Group, "le attività
attuali
attorno a Gerusalemme per collegare gli insediamenti ebrei nella
West
Bank
a Gerusalemme Est non solo mineranno le possibilità per una concreta
soluzione basata su due stati, ma creeranno un mix esplosivo che
compometterà la sicurezza che Israele dice di cercare di garantire".
Circa 200.000 Palestinesi rimaranno entro il confine di Gerusalemme.
Altri
55.000 saranno esclusi. Ci sono già storie su famiglie che scoprono
di
vivere da un lato del muro, mentre il loro posto di lavoro o la
scuola
dei
bambini è da un altro. Mentre guidare da Ramallah, città della West
Bank a
nord di Gerusalemme, fino a Betlemme, nel sud, richiederebbe 20
minuti
passando per Gerusalemme, ora sarà almeno un ora e mezza di strada,
lungo
il nuovo muro. (Senza contare il tempo speso ai check-point militari
israeliani).
Il governo israeliano dice di voler sostenere il presidente
palestinese,
Mahmoud Abbas, che considera più "moderato" di Yasser Arafat.
Comunque,
Gerusalemme è vitale anche per i Palestinesi, e Abbas è sempre più
debole
agli occhi dei Palestinesi mentre gli Israeliani consolidano il loro
possesso della città. La leadership alternativa è quella della Hamas
militante o della Jihad islamica.
Nulla di tutto questo è accidentale. Abbandonando unilteralmente
Gaza,
Israele ha preso l'iniziativa, acquisendo tempo ed una buona
reputazione
internazionale.
"Eravano fermi, così abbiamo deciso di cambiare strategia", ha
spiegato
un
generale israeliano. Nonostante il discorso sulla "road map per la
pace",
dopo il ritiro da Gaza, ci saranno poche pressioni su Israele perchè
negozi
Gerusalemme o qualcunque altra cosa. L'obbligo sarà dei Palestinesi,
che
dovranno provare al mondo di poter gestire Gaza. Gli Israeliani si
siederanno e aspetterano che la mettano in disordine. Se l'Autorità
Palestinese non riesce a fermare Hamas dallo sparare missili in
Israele, o
se le fazioni si combatteranno tra di loro a Gaza, creando uno "stato
fallito" prima che ci sia un qualsiasi stato palestinese, sarà una
ragione
in più per Israele di non negoziare.
"L'obiettivo è congelare il processo politico", ha detto Dov
Weisglass,
un
alto consigliere di Sharon, in un'intervista dello scorso anno così
franca
che il suo capo ha provato a prendere le distanze dalle sue
affermazioni.
"Quando congeli quel processo, previeni lo stabilimento di uno stato
palestinese e previene il dialogo sui rifugiati, i confini e
Gerusalemme.
In effetti, questo pacco chiamato stato palestinese, con tutto
quello
che
implica, è stato rimosso dalla nostra agenda definitivamente".
Mentre il disimpegno da Gaza procede, più rumorose e violente
saranno
le
proteste dei coloni e dei loro sostenitori, meglio sarà per Sharon.
Il
rabbino Yoel Bin-Nul lo ha spiegato al giornale israeliano Haaretz:
"Sharon
ha bisogno di un trauma nazionale per imprimere nell'opinione
pubblica
israeliana e in quella della comunità internazionale che è
impossibile
farlo di nuovo".
I Palestinesi, e gli Israeliani di sinistra, sperano che il
movimento
dei
coloni sarà minato: che sia "Gaza la prima", non "Gaza l'ultima". Ma
Sharon
ha reso più chiaro che può, senza imbarazzare i suoi amici
americani,
che
l'obiettivo del disimpegno è assicurare il futuro della maggior
parte
dei
235.000 coloni ebrei nella West bank e dei 180.000 che vivono nella
Gerusalemme Est araba e nei suoi dintorni.
Guardate le immagini in televisione, e vedrete il ritiro di Israele
da
Gaza. Ascoltate i commentatori israeliani, che parlano di eventi
storici e
del dolore di abbandonare gli insediamenti. Poi guardate le mappe, e
avrà
tutto un senso.
Un ladrocratico resta sempre un ladrocratico

http://www.imgpress.com/notizia.asp?idnotizia=15705&idsezione=1
Eccola qui, la manovrina elettorale dell'uomo dei Poteri Forti. Ammette che la politica italiana costa molto ai cittadini e allora che fa? Propone la riduzione delle tornate elettorali. Non ridiamo per non piangere.
Perchè invece non propone di dimezzare lo stipendio ai Parlamentari? Non morirebbero certo di fame con 12mila euro netti al mese (senza contare gli extra...). Diciamo male? E dire che la politica dovrebbe essere un servizio reso ai cittadini...
Sempre più sudditi

TELESE – La Farnesina non solleverà alcun caso con gli Stati Uniti per l'accidentale sparatoria contro i carabinieri da parte di soldati Usa a Bagdad. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, a margine della Festa del Campanile, in corso a Telese Terme. «Si è trattato di un solo colpo sparato per errore - ha detto Fini - rispondendo alle domande dei giornalisti. Ovviamente è un fatto deprecabile ma non bisogna farne un caso». Ai cronisti che gli domandavano se ci sarà comunque un'iniziativa della Farnesina, Fini ha risposto negativamente: «La Farnesina non farà nulla - ha spiegato - perchè si è trattato di un colpo sparato per errore, come può succedere in ogni parte del mondo. Montare un caso significherebbe avere un pregiudiziale atteggiamento antiamericano» (yahoo.com)
Cermis, Calipari; ed ora sotto a chi tocca... e se protesti sei anti-americano!
DRONE-SPIA CADUTO IN IRAN

(Modello di drone-spia impiegato dall' US military)
di Maurizio Blondet (da www.effedieffe.com)
Un drone – aereo senza pilota, usato dagli americani per lo spionaggio dal cielo – è caduto in Iran, sulle montagne di Alashtar, 350 chilometri a sud di Teheran.
La zona è stata circondata dai militari iraniani (1).
Non si tratta di una novità.
Già nel febbraio scorso Ali Yunessi, ex ministro dell'intelligence iraniana, aveva confermato che "da lungo tempo" gli americani "conducono attività spionistiche nei cieli nazionali" con "strumenti di spionaggio".
Ma la caduta dell'ultimo drone (che pare accidentale, non sarebbe stato abbattuto) segnala di sicuro un'intensificazione di questi voli, che quasi certamente partono dai Paesi vicini (ex-sovietici ed ora "americani"), con uno scopo preciso: identificare quanti più possibili siti sensibili iraniani da bombardare, in vista dell'ormai imminente attacco USA al paese degli ayatollah.
Il timore è che, per "giustificare l'ingiustificabile aggressione, la Casa Bianca abbia bisogno di un 'nuovo' 11 settembre".
Lo ha detto chiaramente Pat Buchanan, columnist e vecchio conservatore (avverso ai neo-con) nella sua rivista, The American Conservative, il primo agosto scorso:
"a Washington non è un segreto che gli stessi personaggi, dentro e attorno all'Amministrazione, che ci hanno portato in Iraq, si stanno preparando a fare lo stesso in Iran. Il Pentagono, agendo su istruzioni del vicepresidente Dick Cheney, ha impartito all' US Strategic Command (STRATCOM) l'ordine di delineare un piano immediato da usare in risposta a un nuovo attacco terroristico tipo 11 settembre su suolo americano. Il piano comprenderà un vasto attacco aereo in Iran, con l'uso di bombe sia convenzionali sia nucleari tattiche. In Iran ci sono più di 450 bersagli strategici, compresi i numerosi siti dove si sospetta progredisca il programma nucleare. Molti dei siti sono corazzati o in profondità nel sottosuolo e non possono essere eliminati da armi convenzionali; da qui l'opzione nucleare. Come nel caso dell'Iraq, tale risposta avverrà anche se l'Iran non sia direttamente implicato nell'atto terroristico diretto contro gli USA. Diversi alti ufficiali dell'Air Force interessati alla pianificazione sarebbero, si dice, agghiacciati dalle implicazioni di quello che stanno facendo, ossia che l'Iran verrà messo nel mirino per un attacco nucleare non provocato. Ma nessuno è disposto a danneggiarsi la carriera ponendo obiezioni".
Le "implicazioni" sono di grande peso: gli USA sarebbero i primi a compiere un attacco atomico contro una nazione che non li minaccia, il che candida i loro capi e i loro militari a finire davanti a un possibile processo di Norimberga per crimini contro l'umanità.
Se succederà, sarà chiaro che esiste uno ed un solo "Stato canaglia".
Per quanto antipatico possa essere il regime degli ayatollah, bisogna riconoscere che esso non ha mai aggredito militarmente nessuno; se mai è stato aggredito da Saddam, che scatenò la sanguinosa guerra contro Teheran per conto (e con armi e fondi) degli americani.
Il programma nucleare iraniano, posto che miri alla costruzione dell'arma atomica (gli osservatori europei tendono piuttosto a scartare questa ipotesi), rientra perfettamente nel modello della deterrenza: che non è un modello offensivo, ma protettivo.
Si tratta di dissuadere eventuali nemici dall'attaccare per primi.
L'Iran è situato vicino a potenti Stati atomici (dal Pakistan alla Russia all'India) e non è garantito da un sistema di alleanze, anzi è isolato.
Ma il tempo corre, e ormai non è solo Buchanan a ventilare l'imminente attacco americano all'Iran.
Anche l'Herald Tribune ha pubblicato (27 agosto 2005) un commento di Amin Saikal (docente di Scienze politiche a Canberra, Australia) elencando tutti gli effetti collaterali della imminente "disastrosa opzione militare" USA.
L'Iran può rispondere all'aggressione in diversi modi, anche non militari.
Può, con mine o anche solo affondando qualche vecchia nave nei punti giusti, bloccare gli stretti di Ormutz, da cui passa praticamente tutto il greggio del Medio Oriente.
Per impedirlo, gli americani non avrebbero altra via che sbarcare truppe in Iran, ossia lanciarsi in una guerra di terra i cui esiti potrebbero essere amarissimi, come dimostra la sciagura irachena.
Teheran potrebbe usare la leva del greggio: un'interruzione o riduzione delle sue esportazioni farebbero schizzare alle stelle il prezzo del petrolio.
Ciò danneggerebbe anche l'Iran, ma vari membri del regime hanno fatto capire che questo sacrificio sarà affrontato, se è in gioco la sopravvivenza della repubblica islamica.
Infine, Teheran potrebbe rendere anche più difficile la vita delle truppe USA in Iraq.
Dato il prezzo alto che l'attacco rischia di costare, la miglior soluzione sarebbe, conclude Saikal, "superare la questione del nucleare iraniano per mettere a fuoco le condizioni che hanno portato gli iraniani a vivere nel costante timore degli USA e di Israele".
Ingenua speranza.
Ma c'è una cosa che può fermare Cheney e i neocon: è una rivolta nelle stesse forze armate americane.
Il dissennato utilizzo degli uomini in divisa in Iraq sta provocando malumori profondi, che si sono già manifestati.
In una recente riunione con i reduci, Bush è stato fischiato dai veterani, in un clima di evidente ostilità (di cui i grandi media non hanno, ovviamente, detto nulla) (2).
Una rivolta militare: sarebbe l'eredità peggiore che l'Amministrazione lascerebbe all'America.
Ma, a questo punto, anche auspicabile.
Solo l'eroismo della disobbedienza può fermare la corsa criminale del regime neocon.
Ma intanto, i tempi del prossimo 11 settembre sembrano essere stati fissati.
I gruppi dissidenti americani richiamano l'attenzione su una quarantina di "esercitazioni antiterrorismo" in corso attorno nei porti USA; cominciata a San Francisco, la mega-esercitazione (denominata PortSTEP) è continuata in settimana a Baltimora; poi proseguirà nelle più varie località, da Chicago alle Isole Vergini alle spiagge della California.
La durata è enorme: si estenderà fino al settembre 2007 (3).
Lo scopo ufficiale dell'azione è "armonizzare e migliorare gli sforzi di sicurezza delle diverse agenzie, ditte e modi di trasporto" su intere "regioni che possono essere coinvolte in un attentato".
Massima segretezza sui particolari.
Ma si sa che a San Juan (Isole Vergini) si simulerà l'attacco ad una nave da crociera, e a Long Beach, California, una atto terroristico che interrompa i commerci navali. Altrove si tratta di osservare la reazione della sicurezza di fronte alla scoperta di un container sospetto, o di affrontare un'esplosione nella rete ferroviaria portuale.
In ogni caso, si simula un evento catastrofico di grandi dimensioni.
L'intera operazione è stata appaltata, come "leading contractor", a una ditta privata, la Universal System and Technologies (Unitech): una misteriosa entità che sembra strettamente collegata al sistema militare-industriale.
di Maurizio Blondet
Note
1) "Drone crashes in Iran", Yahoo News, 27 agosto 2005.
2) Voice of the White House, TBR News, 26 agosto 2005.
3) Joe Fiorilli, "US ports begin new catastrophic terrorist attack drills", Global Security Newswire, 25 agosto 2005.
Importantissimi approfondimenti sul caso Timpani

http://www.imgpress.com/notizia.asp?idnotizia=15679&idSezione=3
solo su imgpress.com . A quanto pare l'unico giornale serio a Messina
Un altro articolo da non perdere
http://www.imgpress.com/notizia.asp?idnotizia=15680&idsezione=6
Caccia al reporter

I soldati Usa tentano di ammazzare un giornalista, ma uccidono solo un tecnico. Poi il sequestro dei sopravvissuti in barba alle necessità mediche.
BAGDAD - Un tecnico del suono della Reuters Television è stato ucciso a Bagdad, e un cameraman che si trovava con lui è rimasto ferito e poi trattenuto da militari statunitensi. La polizia irachena sostiene che i colpi sono stati sparati da soldati americani. E giovedì (ma si è saputo solo oggi) un colpo di arma da fuoco è stato sparato da un militare americano contro una vettura con a bordo dei carabinieri. I militari, in servizio all'ambasciata italiana, stavano tornando in città dall'aeroporto. Nell'incidente (sul quale si mantiene assoluto riserbo) non ci sono stati feriti, ma il parabrezza dell'auto blindata sarebbe stato danneggiato.
Il tecnico ucciso. Walid Khaled, 35 anni, è stato colpito da una pallottola al volto e da almeno altre quattro al torace, mentre era al volante di un veicolo con il quale si stava recando nel luogo in cui era stato segnalato uno scontro fra la polizia e un gruppo armato, nel quartiere Hay al-Adil, nel settore occidentale della capitale irachena. Un portavoce militare Usa ha fatto sapere che sull'episodio è in corso un'inchiesta. Haider Kadhem, suo collaboratore, è stato ferito alla schiena, e ha raccontato di avere guardato in alto dopo avere udito gli spari, e di avere visto "un tiratore scelto americano sul tetto di un centro commerciale". Kadhem è stato trattenuto dall'esercito Usa per diverse ore, nonostante la Reuters ne abbia chiesto il rilascio affinché potesse essere sottoposto alle cure mediche.
Secondo un bilancio dell'organizzazione "Reporter senza frontiere", sarebbero stati uccisi più giornalisti in Iraq, dall'inizio dell'invasione anglo-americana del 20 marzo 2003, che nei vent'anni di guerra del Vietnam. In questi due anni e mezzo scarsi, sono morti nel Paese 66 fra giornalisti e loro collaboratori, contro i 63 uccisi in Vietnam dal 1955 al 1975. Nelle guerre balcaniche combattute fra il 1991 ed il 1995, erano stati uccisi 49 giornalisti. (Repubblica)
Modelli per tutti

Trans, checche, pedofili e serial killers, sono loro i nuovi eroi. La tv li mostra, la società "annoiata" li esalta. Il perverso è moda
TORRE DEL LAGO (LUCCA) - E' una napoletana di 30 anni e si chiama Stefania, Miss Italia Trans 2005. E' stata eletta ieri sera, a tarda ora, al Priscilla di Torre del Lago, nell' ambito della manifestazione Friendly Versilia. In giuria anche Platinette. La vincitrice, di professione parrucchiera, aveva preso parte, senza successo, al concorso nel 2003. "Non mi aspettavo questo successo - ha detto Stefania, visibilmente emozionata - e sono felice ed emozionata". La ragazza l' ha spuntata fra le 25 concorrenti arrivate da ogni parte d' Italia. (ansa)
Aridateci Saddam

l'altra faccia dell'Iraq
In cinquemila sono scesi in piazza a Baquba inneggiando a Saddam Hussein per protestare contro il progetto di costituzione che sciiti e curdi stanno studiando per l'Iraq. I sunniti respingono la bozza che ritengono ispirata da Washington e Teheran. "Bush, Bush, ascolta bene, noi tutti amiamo Saddam Hussein" e "No alla costituzione americana e iraniana", gli slogan più gettonati. (tgcom.it)
Antisemita o Revisionista?

Uno storico dopo ricerche documentate scopre che sono morti svariate migliaia di prigionieri tedeschi nei campi di concentramento alleati...sicuramente è antisemita !
NELLA triste e folta categoria delle vittime dimenticate del nostro secolo, un posto ...
... va accordato anche ai militari e civili tedeschi che perirono nei campi di detenzione alleata alla fine della seconda guerra mondiale. Vi si accenna nella nuova serie di Heimat, il ciclo cinematografico di Edgar Reitz che, nibelungica lentezza a parte, ci sembra uno dei più riusciti tentativi di cultura popolare degli ultimi anni. Sin dagli anni Sessanta erano apparse in Germania le prime stime ufficiali, che indicavano decine se non centinaia di migliaia di decessi, soprattutto a cavallo del 1945-46. Ma solo alla fine degli anni Ottanta uno studioso canadese di scuola (dichiaratamente) revisionista, James Bacque, dopo aver consultato gli archivi disponibili avanzò la cifra impressionante di quasi un milione di morti, circa un quarto dei prigionieri di guerra catturati dai soli alleati occidentali durante l'avanzata in Germania. Il suo primo libro («Other Losses. An Investigation into the Mass Deaths of German Prisoners of War After World War II», Stoddard, Toronto) suscitò comprensibilmente polemiche infuocate e ha già raggiunto la terza edizione. L'autore gli ha fatto seguito ora con un volume destinato alla sorte della popolazione civile fino al 1950, ossia alla fine del regime di occupazione alleata («Crimes & Mercies», Lb, Canada). L'aspetto più impressionante non riguarda solo l'entità delle perdite. Bacque, conti alla mano, insiste sul fatto che le scorte di viveri, medicinali e carburante degli angloamericani sul teatro europeo nell'ultima fase del conflitto erano tali da permettere di far fronte alle conseguenze del collasso nemico. Se ciò non avvenne, fu dunque per scelta deliberata. Disgraziatamente Bacque non ne porta prove consistenti, perché i documenti dell'amministrazione americana sui campi di detenzione in Germania sarebbero stati quasi interamente distrutti. È dunque in modo prevalentemente induttivo, anche se molto abile, che cerca di costruire la tesi di un atteggiamento punitivo dell'alto comando statunitense. Una "pace cartaginese", come l'avrebbe definita il generale Lucius Clay, l'uomo che pochi anni dopo, da governatore americano, organizzò il ponte aereo che salvò Berlino Ovest dal blocco sovietico, divenendo un eroe per i berlinesi, che gli hanno dedicato uno dei viali della città. Bacque non ha dubbi sui responsabili, a cominciare dal comandante supremo, Eisenhower. Ma costui, militare di grande fiuto politico, come avrebbe dimostrato il seguito della sua ascesa che lo portò fino alla Casa Bianca, evitava di mettere nero su bianco istruzioni precise, specie se di questa portata. E dunque di dubbi continuiamo a nutrirne, perché nuovamente mancano le prove. Come mancano contro il generale de Gaulle, accusato di aver ignorato gli appelli della Croce Rossa e le inchieste della stessa stampa francese sulle drammatiche condizioni igienico-alimentari dei circa 750 mila soldati tedeschi che si erano arresi direttamente ai francesi, o che erano stati consegnati loro dagli americani. Servivano come mano d'opera per la ricostruzione della Francia e anche per rimpolpare i ranghi della Legione straniera, in vista dei nuovi impegni in Africa e Indocina. Risultato: circa un terzo dei prigionieri, oltre 250 mila, non fecero più ritorno alle loro case. Quanto agli altri alleati, i britannici, rimasero sostanzialmente a guardare, e gli unici a protestare furono i connazionali di Bacque, ossia i canadesi, che però erano considerati alleati minori, anche se coraggiosi, e furono subito rimessi in riga. Per dimostrare l'intento punitivo dei vincitori, Bacque si basa sostanzialmente su tre argomenti. Il primo è che i circa due milioni di prigionieri alleati ancora in mano tedesca, che furono liberati dopo il crollo del Terzo Reich, vennero assistiti e rimpatriati con la massima efficienza. Perché non fu possibile estendere un trattamento anche solo lontanamente paragonabile ai prigionieri tedeschi? Perché non si volle farlo, risponde. Lo attesterebbe il fatto - e passiamo al secondo argomento - che sin dalla resa tedesca, nel maggio 1945, il comando americano avrebbe respinto l'intermediazione della Svizzera quale potenza garante, adottando invece lo statuto del DEF (Disarmed Enemy Forces) che aboliva unilateralmente il trattamento previsto dalla convenzione di Ginevra a favore dei detenuti militari. Il terzo argomento, infine, è che vittime della prigionia furono, oltre ai soldati, diverse migliaia di civili inermi la cui detenzione non aveva giustificazioni sul piano della sicurezza. Tutto questo, si affretta a precisare Bacque, «non significa che vi fosse una deliberata volontà da parte di Washington di condannare a morte per incuria e denutrizione i prigionieri. Un ordine simile non attraversò mai l'Atlantico». Basti pensare che la mortalità fu minima sia nei campi di prigionia che erano stati istituiti negli Usa, sia tra i 291 mila soldati tedeschi che si erano arresi in Italia alle truppe del generale Clark. L'argomento non convince del tutto: la Germania era un paese distrutto e in preda al caos, percorso da milioni di profughi e di sfollati, dove organizzare una gigantesca emergenza umanitaria, trasformando da un giorno all'altro i conquistatori in infermieri, era virtualmente impossibile. Dove il ragionamento sembra ancor più debole è nel tentativo di collegare questa tragedia con il famoso piano di distruzione del potenziale industriale della Germania postbellica sostenuto dal Segretario americano al Tesoro, Henry Morgenthau, che fu discusso dagli alleati ma rapidamente accantonato. Qui volendo dimostrare troppo l'autore si perde in congetture, secondo la tendenza "complottista" di molti storici revisionisti nel collegare ad ogni costo fatti distanti tra loro e spesso fortuiti. In realtà, dietro l'assunto spettacolare, la conclusione del libro non prova granché di nuovo. Era infatti già noto che Eisenhower e de Gaulle avevano inizialmente deciso di mostrarsi durissimi con i vinti, forse anche per il calcolo di mostrarsi magnanimi poi, e si può anche capire che le rispettive opinioni pubbliche (a tacere dei russi) non fossero molto tenere con la Wehrmacht. Prigionieri di guerra e civili ne furono purtroppo, come in tante guerre, le prime vittime: ma ciò non basta a provare un grande e sinistro disegno degli occupanti. Se la situazione cambiò gradualmente, a partire dalla fine del 1946 prima nelle zone d'occupazione americana e inglese, poi in quella francese, fu per motivi umanitari ma soprattutto politici. Prolungare il trattamento punitivo inflitto alla popolazione tedesca sarebbe andato a beneficio dell'Urss. Le autorità sovietiche avevano subito avviato nella futura Germania comunista una campagna di stupri, deportazioni, "prelievi" di opere d'arte e di impianti industriali svitati fino all'ultimo bullone, rimasta praticamente ignota fino alla caduta del muro di Berlino. Ma contemporaneamente avevano attivato una formidabile macchina propagandistica che mise in difficoltà gli alleati, con le immancabili riprese cinematografiche di vecchi e bambini nutriti fraternamente dall'Armata Rossa. (Maurizio Serra - Il Tempo)
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