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INTOLLERANZA CONTRO INTOLLERANZA 
"Gli Ebrei italiani verificheranno chi parteciperà alla manifestazione in favore di Israele e chi no e questi ultimi saranno considerati nemici non solo di Israele ma anche degli Ebrei italiani" dichiarazione del portavoce della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. Siamo alle liste di proscrizione. Eppure nessuno meglio degli Ebrei dovrebbe sapere quanto sono odiose e pericolose...
(da www.massimofini.it - il blog)
Come ti inguaio la Siria

Le solite sporche manovre che decidono le guerre; ma ciò che sorprende è che c'è ancora chi parla di antifascismo e anticomunismo. Non è mai troppo tardi per svegliarsi...
NEW YORK - Un nome: e la memoria fa trillare il campanello.
Il nome è quello di Detlev Mehlis, il procuratore tedesco che, al termine dell’inchiesta commissionatagli dall’ONU sull’assassinio del libanese Rafik Hariri, ha accusato la Siria e i suoi servizi dell’attentato.
L’accusa, portata al Consiglio di Sicurezza, è il preliminare per sanzioni o anche azioni militari contro Damasco.
La Siria, ovviamente, nega disperatamente: a che scopo avrebbe ammazzato Hariri, se la reazione internazionale l’ha poi costretta ad abbandonare il Libano?
Ma a Damasco, si sa, nessuno crede: non è un regime terrorista, che appoggia i terroristi in Iraq?
Però qualche dubbio nasce in un settore insospettabile di filo-arabismo.
Il settimanale tedesco Der Spiegel, per esempio.
In una propria inchiesta sull’inchiesta (1), Der Spiegel ha scoperto che
il teste chiave usato da Mehlis per sostenere l’accusa, tale Zuheir al-Siddiq, è un noto truffatore, più volte condannato in Siria per sottrazioni di denaro.
Siddiq ha detto invece di sé, alla Commissione d’inchiesta ONU, di essere un ex agente dei servizi siriani.
Dapprima ha detto di aver lasciato Beirut due mesi prima dell’attentato ad Hariri; poi ha cambiato versione: non solo era a Beirut, ma aveva preso parte alla preparazione dell’assassinio.
Aveva ospitato a casa sua vari agenti siriani venuti per uccidere il capo libanese.
Come mai questa auto-accusa, con relativa e utile chiamata in correità? Der Spiegel ha forti sospetti che Siddiq sia stato pagato per cambiare versione.
I giornalisti hanno intervistato dei familiari e amici di Siddiq che, dicono, hanno ricevuto da lui telefonate esultanti da Parigi, l’estate scorsa: «sono diventato un miliardario», gridava lui tutto allegro.
Spiegel ha scoperto come Mehlis aveva trovato un così utile teste chiave, oggi per sua ammissione miliardario.
Ha scoperto che a raccomandare Siddiq è stato Rifaat al-Assad: uno zio del presidente siriano in carica, fuggiasco dalla Siria per oscure ragioni, e nemico giurato del regime attuale.
Questo Assad si è spesso auto-candidato come «il possibile presidente alternativo della Siria».
Insomma una faida familiare nel clan alawita.
Ma a questo punto, la memoria fa trillare un campanello.
Non su Siddiq, bensì su Mehlis.
Il severo ma giusto procuratore tedesco.
Mehlis, Mehlis…dove è già apparso questo nome?
La memoria deve risalire parecchio nel tempo.
All’aprile 1986.
Al 5 di quel lontano mese: la notte in cui a Berlino una bomba esplose nella discoteca «La Belle», un locale frequentato da soldati USA, uccidendone tre e ferendo 200 persone.
Attentato «arabo», non ci fu dubbio fin dai primi istanti.
Solo dieci giorni dopo, infatti, la Casa Bianca, dicendosi in possesso di «prove precise, dirette e irrefutabili» che inchiodavano la Libia come responsabile dell’attentato, passò all’azione.
Bombardieri USA colpirono Tripoli e Bendasi, uccidendo 30 civili o più, nel tentativo di centrare una residenza di Gheddafi; fra i morti una bambina, figlia adottiva dell’«uomo forte» libico.
Solo che, a Berlino, lentamente, si mette in moto un’indagine giudiziaria sull’attentato.
Contro vari libici, fra cui risulta maggiore imputato tale Yasser Chraidi, un autista dell’ambasciata libica a Berlino.
Solo che il processo, che si apre nel 1997, presto s’incaglia, rallenta se possibile ancor più, finisce fuori dai riflettori dei media, scompare.
Come mai?
Finisce per chiederselo la ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen), una grossa TV germanica.
Che conduce una sua indagine indipendente.
E, il 25 agosto 1998, dà conto delle sue scoperte in uno «speciale» nella rubrica di attualità politica Frontal.
Il sospetto numero uno, l’autista Chraidi, s’era trasferito in Libano, da cui la Germania l’ha fatto estradare.
ZDF intervista i due procuratori libanesi che hanno estradato Chraidi, tali Mounif Oueidat e il suo vice, Mrad Azoury.
Quest’ultimo dice: «la magistratura tedesca, nel chiedere l’estradizione del sospettato, non ha portato alcuna prova che Chraidi c’entrasse qualcosa con l’attentato a ‘La Belle’».
«E perché allora l’avete consegnato?»
Risponde il procuratore-capo Oueidat: «i tedeschi avevano una fretta tremenda di mettere le mani su Chraidi. C’erano gli americani dietro la loro richiesta».
Gli americani? «Era evidente», replica Oueidat: «premevano sui tedeschi perché accelerassero l’estradizione».
Alla fine Chraidi l’autista, con addosso l’etichetta di «capo dei terroristi», viene consegnato alla Germania con una vistosa operazione di sicurezza. Ma, ohimè, ci sono dei giudici a Berlino.
Il giudice berlinese a cui vengono presentate le «prove» e «indizi» che dovrebbero inchiodare Chraidi, sentenzia: «ma quali prove, questa è nebbia, fumo e fuffa. Con prove così deboli, sono costretto a liberare Chraidi. Fra tre settimane, se non mi portate qualche indizio più solido».
Era il 9 settembre 1996.
Quello stesso giorno, nell’isola di Malta, tre alti personaggi tedeschi incontrano un libico che vive nell’isola mediterranea.
Si chiama Musbah Eter, e ha a Malta un’agenzia di import-export che - sospetta la ZDF - è la facciata di una stazione della CIA.
I tre tedeschi che hanno voluto incontrarlo (l’incontro è stato organizzato dai servizi germanici, BND, in stretto accordo con la CIA) sono: Uwe Wilhelm, ispettore di polizia di Berlino; un certo Winterstein, agente del BND e probabilmente ebreo; e …eccolo qua: Detlev Mehlis, il procuratore di Berlino.
L’uomo che oggi accusa la Siria.
Che cosa stanno trattando i tre con Eter?
Da principio, dicono di ricercarlo per assassinio.
Ma poi scendono a patti.
E questo è il patto, secondo ZDF: «immunità per Eter, se lui incrimina Chraidi per l’attentato a ‘La Belle’».
Il giorno dopo Eter si reca all’ambasciata tedesca a Malta e depone contro Chraidi (2).
E’ lui il teste chiave, la «prova» vivente che inchioda la Libia.
Del resto, al tempo del «La Belle», Eter lavorava per l’ambasciata libica a Berlino est.
Però faceva visite regolari all’ambasciata USA: fatto altamente insolito, e di cui - dice Christian Stroebele, l’avvocato di Chraidi - i servizi tedeschi (BND) hanno le prove, visto che al tempo pedinavano Eter proprio per quei contatti con gli americani.
La ZDF è in possesso di varie trascrizioni di interrogatori, dello stesso Eter e di altri coimputati, da cui risulta che Eter era stato parte attiva nell’attentato a «La Belle»: aveva conoscenza diretta di uno dei partecipanti, portò istruzioni operative per l’ordigno nell’appartamento di un coimputato.
Nonostante ciò, dopo la sua utile deposizione, il mandato di cattura contro di lui è stato cancellato (da Mehlis).
Al punto che Eter può andare e venire indisturbato dalla Germania.
La ZDF scopre che, oltre ad alcuni degli imputati con Chraidi, un altro gruppo prese parte all’attentato: un team di terroristi professionali, al servizio chi chiunque li paghi, guidati da tale «Mahmoud» Abu Jaber.
Nei mesi precedenti all’attentato a «La Belle», membri del gruppo si erano stabiliti a Berlino est, e incontravano quasi giornalmente gli imputati attorno a Chraidi (da incastrare in futuro).
Poche ore prima dell’esplosione, gli uomini di «Mahmoud» s’erano trasferiti a Berlino ovest: e i loro movimenti erano strettamente seguiti dai servizi sovietici e da quelli della Germania est, che erano arrivati alla conclusione che il gruppetto lavorava «per servizi di spionaggio occidentali».
Il KGB, in un documento che la ZDF mostra, sostiene che «Mahmoud» aveva avvisato l’intelligence di Berlino ovest due giorni prima dell’esplosione; il documento esprime la convinzione che «Mahamoud» era al soldo degli americani, che lo usavano per confezionare il caso del coinvolgimento libico nell’attentato.
Il braccio destro di «Mahmoud», di nome Mohammed Amairi, è stato forse il principale attentatore.
Abitava in Germania, che ha abbandonato nel 1990, quando i tedeschi hanno spiccato un mandato di cattura contro di lui.
Ora Amairi vive a Bergen, in Norvegia.
La troupe di ZDF va a intervistarlo.
Ma alla domanda: per quale servizio lavorava al tempo dell’attentato?, Amairi pone bruscamente fine al colloquio.
I giornalisti della ZDF vanno allora dal suo avvocato, Odd Drevland.
Che racconta tutta la storia.
Racconta che Amairi, quando arrivò in Norvegia, fu arrestato, e che i giornali uscirono con la sua foto in prima pagina e titoli che lo definivano «un pericolo per il Paese».
Ma poi, dice l’avvocato, «il Mossad si è preso cura di lui, e tutto è cambiato».
L’ex pericolo pubblico ha ricevuto asilo politico in Norvegia, e presto diverrà cittadino norvegese.
La procura di Berlino (Mehlis?) ha cancellato la richiesta di estradizione contro di lui.
La ZDF chiede esplicitamente all’avvocato: «Amairi era un agente del Mossad?».
Drevland risponde, positivamente: «era un uomo del Mossad».
La ZDF conclude il suo servizio con queste parole: «questi intrighi di servizi segreti hanno fatto del processo per l’attentato a ‘La Belle’ un caso quasi insolubile per i giudici di Berlino. Ma una cosa è certa: la leggenda americana del terrorismo di Stato libico fa acqua da ogni parte».
Ecco, la memoria ha ricostruito tutto.
Detlev Mehlis, il giusto procuratore tedesco che, su mandato ONU, ha raccolto le prove contro la Siria per l’assassinio di Hariri, è un noto agente ebraico-americano.
L’abbiamo visto, dieci anni prima, raccogliere prove contro la Libia, facendo un patto a Malta con un testimone-chiave di quell’altra leggenda.
Ricordatelo, quando vi ripeteranno che l’11 settembre è «senza ombra di dubbio» un attentato «arabo».
Quando vi ripetono che terroristi «arabi» seminano la morte e il caos nell’Iraq occupato dagli USA.
Che «kamikaze musulmani» hanno compiuto l’attentato nel metrò di Londra, il 7 luglio scorso.
E che la Siria e l’Iran manovrano il terrorismo «islamico» in Libano come in Iraq, che ci sono «prove inconfutabili» del loro «terrorismo di Stato», il che giustifica e giustificherà la loro invasione, bombardamento, «regime change».
Ricordatevelo, nei prossimi imminenti attentati «arabi» che sicuramente obbligheranno gli USA all’attacco preventivo (crimine primario di guerra, secondo il codice dagli USA approntato a Norimberga nel 1945) contro questi Stati «terroristi».
Ricordatevi di «La Belle», coi suoi agenti protetti dal Mossad.
Ricordatevi di Mehlis, il pubblico accusatore di Berlino con la mani in pasta.
Mossad, Mossad, Mossad: è qui la fabbrica del terrorismo «arabo», l’ùtero fertile di provocazioni, attentati, assassini.
Ricordate.
Non lasciate che la memoria - resa così labile dal rumore di fondo televisivo e mediatico - vi inganni ancora una volta.
Note
1) «Central witness to Mehlis report revealed ad a paid swindler», Arabmonitor, 22 ottobre 2005.
2) «German tv exposes Cia, Mossad links to 1986 Berlin disco bombing», World Socialist Web Site, 27 agosto 1998.
Maurizio Blondet + www.effedieffe.com
Samhain - non "halloween"

Radici europee, celtiche per la precisione. Ma l'America l'ha ridotta ad una carnevalata consumistica e noi, ovviamente, copiamo anche questo
Contrariamente a quanto si pensa, Halloween nasce in Europa 2500 anni fa. Ed è americana soltanto da un secolo e mezzo. Il termine "halloween" non è altro che la contrazione dell'espressione "All Hallows Eve", la notte di Ognissanti. Scorrendo con attenzione le pagine dei libri di storia si scopre che nel quinto secolo avanti Cristo, nell'Irlanda dei Celti, il nostro 31 ottobre era la data in cui ufficialmnete si concludeva l'estate.
Questa data-simbolo, importante sotto il profilo agricolo, culturale, letterario, musicale e magico, andava sotto il nome di Samhain. Con grande capacità di sintesi le popolazioni locali avevano trovato un abbinamento cromatico che ben descriveva questa sorta di crinale cronologico: un vessillo arancione e nero annunciava la giornata di passaggio alla stagione invernale. Arancione, come le messi raccolte quali frutto di un'estate produttiva; il nero per il cambiamento climatico che di lì a poche settimane avrebbe condotto all'inizio dell'inverno.
Quali erano le connotazioni magico esoteriche di quella notte? Cioè, da dove deriva la suggestione che si tratti di un evento particolare, da vivere con rispetto e timore di forze oscure o ultraterrene? Secondo la leggenda, tra il 31 ottobre e il 1 novembre chi è morto nel corso dell'anno torna sulla terra in cerca di un corpo da abitare per l'anno successivo. In particolare secondo i Celti questa strana congiuntura esoterica metteva in pausa per una notte tutte le leggi fisiche esistenti e conosciute, rendendo possibile un corto circuito tra la dimensione dei vivi e quella dei morti.
Poiché però i vivi non gradivano l'idea di essere posseduti da anime di defunti, ecco che si imbruttivano il più possibile, indossando vesti mostruose e rendendo squallide e sporche le proprie dimore. Da qui l'abitudine di travestirsi, rimasta anche quando svanì la paura della persecuzione occulta.
La fatidica domanda "Dolcetto o scherzetto?" che i ragazzini americani pongono ai vicini di casa, raccogliendo caramelle pena una burla più o meno crudele, ha invece un'altra origine. Nel IX secolo dopo Cristo, in Europa era costume diffuso tra i Cristiani vagare di villaggio in villaggio il 2 novembre di ogni anno praticando quello che veniva definito "souling": l'elemosina dell'anima. I cristiani in sostanza bussavano alle porte e chiedevano "pane d'anima", un dolce quadrato con uva passa, in cambio di preghiere per i defunti dei donatori, altrimenti destinati a rimanere nel limbo. La festa di Halloween, forte di questa duplice tradizione, arrivò negli Usa soltanto nel 1840, quando gli emigranti irlandesi sbarcarono al di là dell'Atlantico per scampare alla carestia di patate che colpì i loro territori.
Per chi volesse cimentarsi e fare un'improvvisata ai vicini di casa, il testo della poesiola da recitare (rigorosamente in lingua originale) è il seguente:
Trick or treat
Smell my feet
Give me something to eat
Non too big, not too small
Just the size of Montreal (tgcom.it)
Il fallimento statunitense 
A chi avesse perso la speranza sulle possibilità di un cambiamento
mondiale, consigliamo di mantenere alto il morale.
Malgrado le apparenze, infatti, tutti gli indicatori volgono al
positivo.
Gli Stati Uniti hanno impantanato 8/10 del proprio potenziale
militare in Iraq e grazie alla costante resistenza armata irachena
il mondo ha per ora visto sfumare tre aggressioni già programmate
nei centri studi del Pentagono, quelle a Siria, Iran e Venezuela.
Solo per questo Saddam Hussein (che aveva preparato da anni la
guerriglia grazie all'organizzazione capillare del partito Baath),
oggi portato ignominiosamente alla sbarra come il peggiore dei
criminali, andrebbe assolto.
L'Amministrazione Bush, forte del sostegno decisivo delle lobbies
militari, si è cacciata in un vicolo cieco, il suo debito
commerciale è ormai stellare e la strada scelta per tentare di
ripianarlo è la guerra ad oltranza, una strategia dalla quale nessun
altro presidente statunitense potrà tornare indietro nemmeno in
futuro.
Inconsciamente, la popolazione nordamericana lo ha capito e ha
ridato fiducia a Bush jr., che appariva il più adatto per continuare
sulla strada intrapresa dopo l'11 settembre 2001.
Lo spettacolo hoolywoodiano del cd. "terrorismo internazionale"
(invenzione malriuscita della CIA) serve a rassicurare la
tradizionale ipocrisia yankee, che per bocca di uno dei suoi più
noti politologi ha in questi giorni definito il genocidio dei
pellerossa "la prima fase dell'esportazione democratica".
Sono ormai patetici i quotidiani messaggi mediatici lanciati da
qualche star dello spettacolo o del mondo del pacifismo, che si
dichiarano contrari alla guerra, nel tentativo di bloccare
l'avventurismo militare della Casa Bianca.
Tuttavia, anche questi ultimi sono segnali incoraggianti, perché
sanciscono la fine del primato morale e culturale statunitense, del
quale le "destre" e "sinistre" nostrane si sono compiaciute finora.
L'ultimo episodio rivelato, i combattenti afghani dati alle fiamme
dai marines in segno di spregio, non fa che confermare questa
tendenza
Perfino in Italia, il paese più colonizzato d'Europa, qualsiasi
movimento si presentasse oggi con un programma basato interamente
sull'antiamericanismo, non potrebbe portare a casa meno del 10% dei
consensi.
Ovviamente sia la "destra" che la "sinistra" si guardano bene dal
farlo, limitandosi a qualche sparata propagandistica sul texano di
turno, ma la cosa preoccupante è che anche alle ali "estreme" si
dorme, preferendo continuare a giocare all'eterno confronto fascisti-
comunisti, con tanti ringraziamenti del Ministero degli Interni.
Evidentemente fare una battaglia per la liberazione nazionale
costerebbe troppo in termini identitari e appare più confortevole
dedicarsi ai falsi problemi (nel senso che sono tutte conseguenze di
quello principale), i migranti (o immigrati a seconda di chi ne
parla .), le case sfitte . oppure inventarsi i nuovi nemici
ideologici, tanto per non affrontare la questione decisiva, i
cinesi, i turchi, perfino i fondamentalisti islamici vengono prima
degli Stati Uniti.
Il che suscita qualche dubbio sulla buona fede di molti dei
cd. "oppositori".
Nel mondo gli USA non hanno più amici, rendendo realtà i propositi
dei neocons che parlavano di fine delle alleanze e nascita del
sistema degli Stati-clienti.
Il loro maggiore nemico, Hugo Chavez (unico gigante oggi presente
sulla scena mondiale) si permette di fare passerella in Europa e
parlare di "visione comune" con il Primo Ministro francese,
Dominique de Villepin.
Persino l'alleato di Istanbul nicchia e fa comunella con Atene
nell'opporsi al corridoio n. 8, che privilegiando Bulgaria, Albania
e Macedonia, si fa beffe della posizione geografica centrale di
Grecia, Serbia e Turchia.
Washington, ormai, si fida solo dei vassalli, dei quali, purtroppo
il nostro continente è effettivamente pieno, malato come sempre di
eurocentrismo, anche se tanti affari, il gasdotto russo-tedesco, gli
accordi Eni-Gazprom, vanno in un'altra direzione, sapendo che il
gigante di Wall Street ha ormai i piedi d'argilla.
Altrove appaiono molto più svegli; i delegati del Partito radicale
serbo (un movimento monarchico-tradizionalista) volano come delegati
al congresso del Partito comunista cubano, i socialisti nazionali (e
non solo) di Caracas stringono alleanza con gli ayatollah di
Teheran, dimostrando che i dogmatismi ormai fanno solo ridere.
Sopra di loro, Russia e Cina preparano l'alternativa multipolare, la
prima per esigenze di sopravvivenza, la seconda perché sa già di
essere nel mirino statunitense.
Così, mentre Mosca fornisce di armi la Siria e soprattutto l'Iran,
Pechino firma contratti petroliferi quindicinali con Ahmadinejad e
regola con il Cremlino tutte le pendenze, l'India dispensa aiuti al
Pakistan e le due Coree grazie alla mediazione cinese tornano a
parlarsi.
Miracoli dell'arroganza a stelle e strisce, che evidentemente pochi
vogliono cogliere, preferendo trincerarsi sulle questioni
esistenziali od organizzando conferenze sul sesso degli angeli.
Purtroppo per loro, l'Europa non è in realtà che un appendice
dell'Asia e alla lunga le regole geopolitiche emergono (già in
passato gli errori di strategia costarono caro), così dopo 60 anni
di sudditanza non si possono certo sognare gli imperi eurocarolingi
o le battaglie di Lepanto.
A meno che, sudditi, non lo si voglia rimanere.
Stefano Vernole (da Rinascita)
Calcio e schifezze

"Ricordo la telefonata nel corso della quale Bazzani mi dice che su Roma-Lazio vi era un accordo per il pari e che Di Canio durante la partita si era reso conto che almeno sette-otto giocatori non stavano giocando e che pertanto si era infuriato. Bazzani mi ha anche detto che era preoccupato di eventuali rivelazioni di Di Canio ai capi tifosi (...). Bazzani non mi ha precisato se l' accordo era maturato durante la partita o se invece era precedente alla stessa".
GENOVA - Ci sarebbero il derby romano del 15 maggio scorso (finito 0-0) e molte altre partite di A nel mirino dell'indagine che sta portando avanti la procura di Genova, e sulla quale "Il Secolo XIX" di oggi fornisce ampie anticipazioni. In particolare, il quotidiano genovese riporta le dichiarazioni di Bazzani e Flachi, ascoltati dai carabinieri come persone informate dei fatti. "Ricordo di aver detto a Flachi che su Roma-Lazio sette o otto giocatori si erano messi d' accordo. Di Canio non sapeva nulla. Ricordo di aver detto che Di Canio, se avesse voluto, avrebbe potuto fare i nomi dei giocatori ai capi tifosi e che li avrebbero ammazzati tutti". Così Fabio Bazzani, nell' interrogatorio reso nel luglio scorso ai carabinieri di Genova che, su delega dei pm genovesi Alberto Lari e Giovanni Arena, hanno condotto l' inchiesta sul calcio scommesse che ha portato tra l' altro, così come anticipa il Secolo XIX, al deferimento del sampdoriano Francesco Flachi.
Le parole di Bazzani seguono di qualche giorno quelle di Flachi, che nel verbale di luglio avrebbe dichiarato: "Ricordo la telefonata nel corso della quale Bazzani mi dice che su Roma-Lazio vi era un accordo per il pari e che Di Canio durante la partita si era reso conto che almeno sette-otto giocatori non stavano giocando e che pertanto si era infuriato. Bazzani mi ha anche detto che era preoccupato di eventuali rivelazioni di Di Canio ai capi tifosi (...). Bazzani non mi ha precisato se l' accordo era maturato durante la partita o se invece era precedente alla stessa".
Dunque, nelle carte che costituiscono la ponderosa inchiesta sul calcio scommesse si parla anche di una presunta combine per la partita Roma-Lazio. Ma, secondo alcune indiscrezioni, non sarebbero le uniche squadre citate nelle intercettazioni: giocatori e scommettitori parlano anche di Livorno-Juventus e Sampdoria-Inter e di altre squadre di A e B. (Gazzetta dello Sport)
I bugiardi

Si sono inventati l'esistenza delle armi di Saddam e hanno massacrato un intero popolo; ora rischiano semplici dimissioni per menzogne meno gravi. La terra dell'ingiustizia.
Dopo due anni di indagini si avvia alla conclusione l'inchiesta su quello che è stato soprannominato il Cia-Gate. Il magistrato Patrick Fitzgerald si preparerebbe (secondo la stampa Usa) a incriminare Lewis Scooter Libby, il braccio destro del vicepresidente Dick Cheney, per falsa testimonianza davanti al gran giurì. Resterebbe indagato invece Karl Rove, consigliere politico di George Bush.
Fonti della Casa Bianca hanno anticipato le dimissioni di Libby se l'incriminazione verra' confermata nelle prossime ore. Il presidente Bush anche in caso di incriminazioni manterrebbe fede al suo programma che prevede una visita a Norfolk in Virginia prima di andare a Camp David per il fine settimana. Rove , il vice capo di gabinetto della Casa Bianca, non sarebbe incriminato per ora, ma resterebbe sotto inchiesta. La sua posizione farebbe sì che Fitzgerald potrebbe chiedere al giudice di prorogare il mandato del gran giurì: non una buona notizia per la Casa Bianca. Non è escluso però che il procuratore possa chiedere invece una proroga, se ritenesse di non avere ancora raccolto tutti gli elementi necessari per entrare nella fase giudiziale.
Libby sembra essere l'uomo nel mirino: Fitzgerald sembra convinto di poter provare che il braccio destro di Cheney abbia rivelato intenzionalmente alla
stampa l'identita' dell'agente della Cia Valerie Plame. Nei giorni scorsi è emerso anche il coinvolgimento dello stesso Cheney nella fuga di notizie sull'identità di Plame, moglie del diplomatico di carriera Joseph Wilson. Fu Cheney a fare il nome della donna a Libby, in una conversazione privata che i due ebbero circa un mese prima che l'attivita' "top secret" della donna venisse rivelata al pubblico in un articolo firmato dal columnist conservatore Robert Novak, il 14 luglio 2003.
La conversazione tra il vice presidente e il suo assistente non costituisce certo reato. Ma prova l'interesse dell'amministrazione per Wilson, un ex ambasciatore che osava mettere in dubbio le ragioni della Casa Bianca per dichiarare guerra all'Iraq. Non solo. Il fatto che Cheney e Libby parlassero anche della moglie di Wilson puo' dare sostegno alla teoria della cospirazione, che vede alcuni membri dell'amministrazione intenti a screditare il diplomatico per impedirgli di sostenere che la campagna irachena si basava su presupposti completamente campati in aria.
Il caso Wilson
L'intera faccenda ruota intorno a Wilson e alla moglie. Nel 2002 Wilson era stato inviato in missione in Niger per verificare l'attendibilità di un rapporto di intelligence sul tentativo di Saddam Hussein di acquistare 500 tonnellate di uranio. Il rapporto risultò poi contraffatto. Al suo ritorno dall'Africa, il diplomatico disse di non aver trovato nessuna conferma alla presunta compravendita. Questo non impedì tuttavia che il rapporto fasullo venisse citato da Bush nel suo discorso sullo Stato dell'Unione del 28 gennaio 2003.
Diversi mesi dopo l'invasione dell'Iraq, il 6 luglio di quello stesso anno, Wilson firma un articolo sul New York Times in cui accusa l'amministrazione di aver ingannato gli americani sull'arsenale nucleare di Saddam Hussein. Qualche giorno dopo, l'ex ambasciatore viene indirettamente "punito" per mezzo dell'articolo di Novack, che di fatto espone la moglie di Wilson, Valerie, rivelando il suo nome e la sua attività. Esporre un agente segreto è reato. Chi è il mandante? Viene aperta un'inchiesta, affidata a Fitzgerald, e il Cia-gate ha inizio. (tgcom.it)
Troppo tardi per il salva-Nania

e così il senatore di An e la moglie vengono condannati. Non hanno fatto in tempo a fare una legge ad personam anche per lui.
Il presidente dei senatori di An Domenico Nania e la moglie Maria Iraci, sono stati condannati per costruzione abusiva a 90 giorni di carcere e 15 mila euro di ammenda. Lo ha deciso il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. (Imgpress.com)
SEGNALI SINISTRI

Sabato scorso, a Torino, una chiesa è stata profanata da studenti democratici. Nessun giornale ne ha parlato, eccetto “L’Avvenire”, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. Non una parola si è levata. Anzi, solo fastidio se qualcuno lo faceva presente. Il sindaco di quella città si è lamentato contro chi ha stigmatizzato i fatti e non contro i sacrileghi. Inoltre ha affermato che non c’è fretta di parlare del fatto in sede di consiglio comunale. I teppisti hanno imbrattato le mura settecentesche della Chiesa del Carmine con scritte minacciose tipo: “Nazi-Ratzinger” oppure “Con le budella dei preti impiccheremo Pisanu”. I no-global hanno insultato e spintonato i partecipanti alla Messa vespertina del sabato, hanno lanciato petardi e fumogeni all’interno della Chiesa e, tutti insieme hanno urinato sul portale.
Non si possono e non si devono sottovalutare i fatti di Torino. Perché gli orrori di questi giorni sono il cancro stesso dell’Italia. Quelle scritte apparse sui muri della Chiesa del Carmine, la profanazione avvenuta tra il terrore dei fedeli e con le cosiddette forze dell’ordine che assistevano senza muovere un dito sono spia di una violenza grave, diffusa e, purtroppo, sottovalutata e incompresa. Nelle stesse ore di quello scempio nel capoluogo piemontese gli squatter occupavano l’università ottenendo dal rettore le chiavi dei locali, imbrattando muri e dileggiando e distruggendo le bacheche di alcuni movimenti cattolici con scritte ancora più eloquenti di quelle lasciate sulla Chiesa del Carmine. Tra le tante, una che inneggiava alla pillola abortiva che, proprio a Torino, si stà sperimentando come atto di sfida, per invitare la Chiesa ad “abortire” Ratzinger. Di fronte a questi comportamenti e, addirittura, alla connivenza di istituzioni pubbliche irresponsabili e complici disposte a sfruttare squatters e black blocks per una personale battaglia contro il decreto del ministro Moratti sulla formazione universitaria c’è da restare allibiti per le reazioni alla camomilla delle istituzioni che, forse, in una sorta di nuova edizione della strategia della tensione tanto cara ai padri massoni della attuale maggioranza, spera di guadagnar voti da un’opinione pubblica spaventata dalle violenze della sinistra radical-libertina. Questi atteggiamenti machiavellici non meritano pietà né comprensione: non si gioca con il fuoco né con le nostre chiese!
Mentre a Torino si orina in libertà sui portoni delle chiese, si tirano petardi sui fedeli e si soffoca la libertà di culto dei cattolici, a Bologna gli squadristi di Bertinotti assaltano il comune reo di voler applicare la legge anche a coloro che da decenni la violano impunemente. Ieri, a Roma, altri fuochi di velleitaria guerriglia operata da minorenni inebetiti dalle canne sono divampati in centro.
Non possiamo nasconderci che un fuoco ormai divampa e non lo fa per combustione spontanea: la sinistra avventurista soffia sul fuoco, la destra machiavellica lascia fare sperando che la gente si spaventi e la voti nuovamente nonostante il bilancio fallimentare del suo governo.
Entrambi questi parassiti sbagliano i loro calcoli; il popolo non rinnoverà la fiducia a un centrodestra mafioso e i profanatori di chiese e aggressori di fedeli non avranno via libera.
(da forzanuova.org)
L’(im)BROGLIO

UNA CONTA DI DIECI GIORNI PER UNA TRUFFA PREPARATA DA MESI
Lo avevamo già scritto che il referendum-farsa del 15 ottobre avrebbe dato dei risultati falsi e manipolati. Oggi abbiamo avuto la conferma ufficiale.
Hanno impiegato dieci giorni per fornire le somme di una conta ridicola e totalmente inattendibile.
Per bocciare la cosiddetta “costituzione” occorreva che il no prevalesse con una maggioranza dei due terzi in almeno 3 province su 18. Quello che ci dicono le informazioni provenienti dall’Iraq è che questo è sicuramente avvenuto, ma la “conta” degli occupanti e del governo fantoccio si è fermata ovviamente a 2 province (al Anbar e Salaheddin) mentre i dati ufficiali ammettono la vittoria del no anche nella provincia di Ninive (Mosul), ma solo con il 55%.
Ed è proprio in questa provincia, ma anche in quella di Dyala (Baquba) ed in quella di Kirkuk, che i brogli – avvenuti ovviamente in tutto il paese – sono stati più pesanti e macroscopici.
Per quanto riguarda Ninive ci sono già decine di denuncie di irregolarità gigantesche.
Tutto questo era scontato, ma il fatto che la manipolazione sia stata così plateale, ha chiarito ancora meglio la totale illegittimità di questo referendum.
L’(im)broglio c’è stato, ma lo si è visto. In Iraq e in tutto il mondo.
La Resistenza continua e non sarà certo questa truffa a fermarla.
IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino
(http://www.iraqiresistance.info)
"Ma quali servizi deviati!" - Eh si, come no

I nostri servizi alle dipendenze della Casa Bianca: l'America conferma, Cossiga invita ad affossare la faccenda. Sempre più sudditi
ROMA - L'inchiesta di Repubblica sul coinvolgimento del Sismi e di Palazzo Chigi nella manipolazione delle notizie di intelligence sul riarmo nucleare iracheno che giustificarono la guerra (approvvigionamento di uranio dal Niger e acquisizione di tubi di alluminio destinati alla costruzione di centrifughe per il suo arricchimento) ha raccolto ieri qualche significativa conferma negli Stati Uniti e una dura reazione del governo a Roma.
A Washington, il portavoce del National security Council, Frederick Jones, ha confermato al quotidiano Los Angeles Times e al settimanale American Prospect che Stephen Hadley, oggi Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e già numero due di Condoleezza Rice in quello stesso ufficio, incontrò a Washington il direttore del Sismi Nicolò Pollari il 9 settembre del 2002. Una data cruciale "che - osserva il Times - precede di pochissimo l'apparizione dei falsi documenti sull'uranio nigerino a Roma" (a consegnarli all'ambasciata americana è il settimanale Panorama il 9 ottobre 2002). "Hadley - aggiunge il quotidiano - ha giocato un ruolo prominente nella controversia, assumendosi la responsabilità dell'inserimento delle 16 parole pronunciate da Bush nel suo discorso sullo Stato dell'Unione" in cui apparve il riferimento alla vicenda dell'uranio e che valsero una guerra.
A sollecitare l'attenzione dei media americani sul lato italiano del cosiddetto Niger-gate è anche l'agenzia di stampa Associated Press, che dà conto della prossima audizione del direttore del Sismi Nicolò Pollari al Comitato Parlamentare di controllo sui servizi. (La Repubblica)