Città di Messina

I fatti di Messina e del Mondo visti da una speciale angolazione, quella degli uomini liberi

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mercoledì, 28 febbraio 2007

Appello a tutti... ma proprio a tutti

Se non vogliamo farci massacrare l'uno dopo l'altro serve un fronte garantista articolato, davvero trasversale e per nulla fazioso
 
Li uccisero l'uno dopo l'altro perché ognuno si era preoccupato solo di sé. Accadde ai Curiazi che vennero traditi dalla loro stessa foga e trafitti dall'ultimo Orazio che li aveva intelligentemente sgranati; accadde alle tribù galliche che s'infransero litigiose e disunite sul muro compatto dell'Antica Roma. Accadde alle nazioni indiane d'America che, divise tra loro da avversioni ancestrali anche legittime, non seppero fare quadrato per resistere all'invasione genocida dell'infido viso pallido. Accadde ai comunisti libertari e agli anarchici durante gli anni Trenta che, disorganizzati e reciprocamente ostili, finirono schiacciati e polverizzati dalla macina stalinista. Accadde a tutte le formazioni politiche d'opposizione degli anni Settanta in Italia, più impegnate a farsi la guerra tra di loro (rossi contro neri ma, soprattutto, rossi contro rossi e neri contro neri) che non a difendere gli spazi di libertà che venivano soffocati giorno dopo giorno.
La storia è maestra di vita dicevano i nostri antenati. L'esperienza non serve, replicava Mussolini, perché per chi l'ha già fatta oramai è troppo tardi e chi ancora la deve fare non ascolta mai. Ed eccoci di nuovo a farci schiacciare, tutti, da pratiche liberticide, più impegnati a inveire gli uni contro gli altri che non a preoccuparci del bene comune. Lo stalinismo al caviale dei nostri giorni sta triturando tutto, in ogni campo. A cominciare dagli ultrà contro i quali si è istituito un provvedimento di restrizione di libertà per semplice sospetto di potenziale agitazione futura, un casus che può essere determinato da qualsiasi Questura. Non si rammenta dittatura che abbia formalizzato provvedimenti di tal natura. Ma le menti sopraffine vanno oltre: per gli ultrà si propongono sette anni di “rieducazione” (come nei campi di prigionia asiatici) da scontare nei servizi sociali. E tutti ad applaudire perché la gran massa disprezza gli ultrà. Tutti a perdersi in disquisizioni su quanto abbiano torto e se siano o meno esseri civili. Nessuno che abbia l'intelligenza e il riflesso politico (da appartenenza alla Polis) di reagire in nome del Diritto Romano e delle più elementari garanzie di libertà. E fuori uno: l'ultrà (che è un fenomeno sociologico emblematico), che muoia pure da solo! Blitz anti-BR. Non è dato sapere esattamente quali siano le prove a carico, ma non se ne parla affatto, non interessa. Intanto vengono arrestati e incriminati per “istigazione a delinquere” dei loro simpatizzanti perché hanno affisso manifesti nei quali si chiede la loro liberazione. Qualcuno è balzato sulla sedia per questa violazione palese di ogni diritto elementare? Macché. Le sinistre bene si sperticano invece a chiedere l'incriminazione di altri sostenitori dell'innocenza dei loro compagni perché hanno esposto uno striscione in tal senso a Vicenza. E dall'altra parte dello steccato si dà per scontato che chi è stato arrestato sia colpevole. E si gode persino per l'arresto dei loro simpatizzanti. Tanto che importa: sono zecche, che muoiano pure! E fuori un altro! A Milano viene arrestato un minorenne di Forza Nuova per rissa e questo molti mesi dopo i fatti e benché ogni ricostruzione dimostri che era stato semplicemente aggredito. Tutto tace. A Roma viene processato e condannato Luigi Ciavardini per rapina. Parliamo di una persona che già era stata condannata anni fa per una rapina che non aveva compiuto e rispetto alla quale fu successivamente scagionata. Stavolta lo hanno arrestato perché è stato reperito un velo d'impronta digitale compatibile con le sue su di una busta che avrebbe contenuto una pistola usata per quella rapina in banca. Benché la busta sia di colore diverso da quella riconosciuta dalla teste che l'aveva segnalata agli inquirenti, il fatto è stato considerato irrilevante. Ci sono però numerose testimonianze di persone incensurate, che vivono alla luce del sole, che si trovavano con Ciavardini quel giorno, proprio a quell'ora in tutt'altro posto. C'è poi un testimone oculare della rapina che, messo a confronto con l'imputato, ha escluso che fosse lui il rapinatore. Risultato? Condannato, in rito abbreviato, a sette anni e quattro mesi quando la pubblica accusa, sottolineando addirittura l'incertezza delle prove, aveva chiesto quattro anni e quattro mesi di detenzione! Ma Ciavardini è una bestia nera. Sta per affrontare la Cassazione del processo per strage di Bologna; su di lui pende una condanna in appello (che ribalta l'assoluzione avuta in primo grado) che si basa sul semplice fatto che l'imputato non ha mai accettato di ritirare la testimonianza a discarico nei confronti di Mambro e Fioravanti. Sacco e Vanzetti rispetto a Ciavardini rappresentano un caso di assoluta linearità giuridica. Ma chi se ne occupa? Chi si preoccupa di difendere uno sporco fascista, degno sì e no di vivere? E fuori un altro!
Perché siamo colpevoli tutti, tutti noi: bianchi, rossi, neri o grigi, noi che, ottusi e arroganti, pretendiamo libertà e giustizia solo per quelli che ci sono affini, per chi consideriamo come il prolungamento del nostro io. Per noi che godiamo della giustizia sommaria amministrata contro gli altri, che ci eccitiamo per il loro linciaggio. Ed è proprio per questo che ci passano sopra con i cingolati. Se si alzassero più voci in difesa del Diritto Romano, della libertà e della dignità della persona, di qualunque persona, di qualunque parte essa sia, forse, allora, la macina s'incepperebbe. Ma chi è disposto ad incepparla la macina?
Cari compagni: non difendendo gli ultrà, i forzanovisti e Ciavardini, uomini di serie B, individui da eliminare o da rieducare, state condannando proprio voi al carcere e all'esilio quelli che solidarizzano con i vostri compagni! Perché, isolando i casi, isolate anche il vostro e rendete partigiano (ovvero di parte, quindi non credibile) il vostro impegno per la libertà. Cari camerati, non difendendo gli ultrà e i comunisti, perseguitati per ragioni ideologiche ma comunque untermenschen che possono pure crepare, stiamo carcerandolo noi Luigi!. Per le stesse identiche ragioni testé esposte. Allora vi chiedo, agli uni come agli altri: siamo disposti, tutti, a continuare a fare da carcerieri di noi stessi o vogliamo recuperare insieme la libertà? Come? Con un fronte garantista spontaneo, non organizzato, non coordinato, ma che si batta sempre e comunque, a gran voce, per le garanzie di tutti. Qualcosa che, difendendo tutti quelli che sono oggetto di violazioni palesi del Diritto, non sarà di parte ma di Polis, dunque credibile, articolato, in grado di allaragre le simpatie e pertanto con possibilità di successo. In altre parole vi chiedo: preferite giocare sulla pelle dei vostri compagni o camerati a fare i Rockers e i Mods o volete preoccuparvi del bene comune e dell'avvenire di questo paese?
Attendo risposta.
Gabriele Adinolfi
 
http://www.noreporter.org

Postato da: antivirus19 a 11:56 | link | commenti |

Esempi fuorischema

Segretario di rifondazione comunista solidale con Luigi Ciavardini

La strage di Bologna è una tragedia su cui bisogna fare piena luce!!! Leggendo gliciavardinilibro atti sorgono molti dubbi sulla colpevolezza di Luigi Ciavardini, se ci sono dubbi può esserci una condanna??? Come fa un giudizio ad individuare gli esecutori senza indicare i mandanti?? Nella speranza che venga fatta veramente piena luce su quella e sulle altre vicende buie della nostra storia, esprimo la mia solidarietà alle vittime innocenti di quella strage, perché secondo me aspettano ancora giustizia ed esprimo la mia Solidarietà personale per Luigi Ciavardini, da cui sono lontanissimo politicamente, ma che più che un esecutore sembra essere sempre di più un capro espiatorio ideale.
Raffaele Morani
segretario PRC di Faenza (RA)

Postato da: antivirus19 a 11:55 | link | commenti |

martedì, 27 febbraio 2007

Sanremo: altri vecchi miliardari di Stato

I due conduttori dell'edizione 2007 del Festival di Sanremo

di Maurizio Blondet (da www.effedieffe.com)

 

Ora sappiamo: per divertire i contribuenti italiani, Michelle Hunziker ha chiesto e ottenuto un milione di euro più 60 mila, un paio di miliardi di lire.
Pippo Baudo (ancora lui, sempre lui) 750 mila euro.
Ma guadagnerà anche dalle «telepromozioni» che sta già girando, e che ci rifilerà con la scusa del Festival nelle cinque serate.
Affari suoi, ma non paghiamo già il canone?
Come noto, per poter pagare questi cachet, Luigi Nicolais, ministro (tenetevi forte) per «le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione» si è rimangiato la «riforma» che aveva appena varato: il tetto di 250 mila euro per i compensi che le pubbliche amministrazioni pagano ai «consulenti» (ossia amichetti) e dirigenti maximi.
Le leggi in Italia sono come l'elastico.
O come lo yogurt: appena fatte, già sono scadute.
E' la bronzea certezza del diritto nella culla del diritto.
Ora, visto che la Hunziker ha sfondato (il tetto), pretenderanno lo stesso sfondamento consulenti e dirigenti vari.
Allegria.



Una modesta nota: non solo paghiamo miliardi ai decrepiti senatori a vita ex presidenti della repubblica dall'incresciosa longevità, miliardi a Ciampi, Scalfaro, Andreotti; paghiamo salati anche dei nani e delle ballerine di età senile.
Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, in arte «Pippo», ha 71 anni, ed è su piazza da almeno 45. Dicono che sia bravo.
Non so.
Sicuramente è un gestore mafioso di grossi poteri, in questa società della politica-spettacolo; come un altro decrepito, Maurizio Costanzo, di cui nulla riesce a liberarci.
Sono loro che danno e negano comparsate, posti, particine, velinate, esibizioni nelle TV di Stato, e si fanno pagare miliardi, probabilmente due volte: una dagli aspiranti alla fama del menga nella
sub-TV italiota, una da noi contribuenti e beoti spettatori.
Fabio Fazio sta salendo nella stessa carriera di «gestore», una potenza vacua, noiosa e che non piace a nessuno, ma che ha infinite «prime serate» perché così vuole il partito di cui è servo, il PCI.
I neonati di oggi se lo troveranno sullo schermo durante tutta la vita, che auguriamo lunga: nel 2060, nel 2080.
Michelle Hunziker, dicono, deve il suo cachet favoloso al fatto che la RAI vuole strapparla a Mediaset: tanto mica pagano loro, paghiamo noi.
Quanto agli abiti con cui la svizzerotta si presenterà nelle cinque serate di Sanremo, sono altri miliardi: ma li pagano (speriamo) i cosiddetti grandi sarti italiani.



Naturalmente essendo Pippo Baudo il settantunenne-direttore del Sanremo 2007, ha invitato «giovani» della sua età: Jonny Dorelli (70 anni), Milva (68) e Marcella Bella (un fiorellino di 55 anni).
Si esibiranno anche le «Former ladies Supremes», ossia «le ex-signore dei Supremes»: questo è il complesso della fresca adolescente Diana Ross (63 anni), miracolo della chirurgia plastica.
Se queste sono «ex-signore», è perché sono uscite dal complesso per limiti di età, probabilmente hanno superato i 70: un coro di pensionate americane negre.
Pippo va sul sicuro, non rischia con le voci nuove.
Come abbiamo visto in TV, parteciperà a Sanremo anche un comico - di cui ci ostiniamo a non ricordare il nome - piuttosto lugubre, sfigato, che circola per motivi ignoti mascherato con costume di Amleto.
Questo personaggio ha un difetto che dovrebbe essere fatale per un comico: è il primo a ridere delle sue battute (e generalmente anche l'unico).
Ma ha un atout a suo favore: è sponsorizzato da Rifondazione.
Sicchè, anche se vi fa piangere e fare gli scongiuri, godetevelo.
Ha bisogno di un cachet, come negarlo a un compagno sfortunato?
La cialtroneria italiana sta diventando sinistra, affollata di gente ricca con i piedi nella fossa.
E' tramontata per sempre la speranza che, visto che abbiamo governi pieni di nani e ballerine, almeno ci potevamo divertire.



Macchè: nani decrepiti, ballerine svizzere, comici sfigati.
Paghiamo miliardi per avere spettacoli allestiti dalla terza età, da circolo delle bocce, o da ricreativa ANPI.
Forse apparirà a sorpresa Levi Montalcini, che si esibirà in una coreografia?
Un grazie al ministro Nicolais, che ha salvato la patria coi soldi nostri.
E poi ci si lamenta che i giovani restano disoccupati.

Maurizio Blondet




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Postato da: Dresda a 17:42 | link | commenti |

domenica, 25 febbraio 2007

CUBA: CON LUZ PROPIA

Appunti a memoria






di miro renzaglia

 

(da www.mirorenzaglia.com)

 

Sono da poco sull’aereo e mi trovo a trastullarmi con questo indovinello pseudo grammaticale: perché quando si va in una qualsiasi altra nazione si usa, in idioma italico, la preposizione “in” e quando, invece, si fa rotta su Cuba si usa la preposizione “a”? Si dice: vado in Francia, in Germania, in Russia, in Giappone etc... Oppure: vado a Londra, a Madrid, a Vienna etc... Solo per Cuba, invece, (non mi vengono in mente altri luoghi-nazione...) si va “a” , come se si trattasse di una città...

Speravo (più che temere...) che la mia fama avesse attraversato l’Oceano. In fondo, nel mio piccolo e modestamente, sono un uomo pubblico: scrivo libri, do concerti, faccio conferenze, collaboro a riviste e quotidiani nazionali e, soprattutto, tengo un blog letto in su e in giù dalla linea dell’Equatore, al di qua e al di là dal Meridiano Zero (en passant: il maggior numero di accessi al sito proviene - indovinate un po’? - dagli Usa; l’Italia è solo al secondo posto e ben staccata...) e, inoltre, non avendo mai fatto mistero del mio essere quello che politicamente sono, mi aspettavo - che so? - almeno un fermo alla dogana per spiegare le ragioni del mio arrivo... Macché!!! Nun me se so’ filati de pezza. Neanche un: “Nada da declarar?”... Devo confessare che il mio narcisismo ne ha sofferto non poco...

Metto il naso fuori dall’aeroporto (dove - vivaddio - si può fumare senza essere ristretti in ghetti per schiavi del vizio...) e l’Havana mi respira sul viso un alito di vento dolce da tarda primavera romana... Taxi: “37a estrada, por favor...” (comincio a parlare un neologico renzagliano fatto di quelle quattro parole di spagnolo che conosco, di romanesco puro e di termini italiani allungati con la “s” in coda: il bello è che mi capiscono e io capisco loro. N.B.: anche il virgolettato altrui che troverete nel prosieguo della lettura è traslitterato, dallo ispano-cubano, in renzagliano puro...). Accendo un’altra sigaretta (si può fumare anche in taxi...) e mi guardo intorno... Ai lati della strada che mi accompagna, dall’aeroporto alla destinazione per la notte, non ci sono cartelloni pubblicitari di genere di consumo ma solo enormi gigantografie di propaganda rivoluzionaria: “O patria o Muerte: Socialismo”, (con la faccia del Fidel adelante); “Siempre nel nuestro corazon”, (il Che); “Cuba e Venezuela: medesma trenchea” (con i faccioni del lider maximo e di Chavez sotto a rispettive bandiere nazionali); un classico: “Venceremos”. Bellissima quella (gigantografia...), da me sovranamente apprezzata, con la scritta “Neoliberalismo” che si sgretola in tasselli da puzzle a stelle e strisce, lasciando comparire in fulgida porpora compatta la dicitura: “Solidariedad”, e via di questo passo... Scoprirò, poi, che la prassi della cartellonistica rivoluzionaria si ripete all’ingresso e all’uscita di tutte le città, paesi e villaggi dell’isola... Sempre poi, scoprirò che la pubblicità di consumo non passa né per radio, né sui quattro canali televisivi nazionali... L’unica merce reclamizzata è la revolucion: credo che per contratto, soprattutto alla radio, gli speaker di qualsiasi trasmissione, anche di quelle di mero intrattenimento, siano tenuti a nominarla (la revolucion...) almeno una volta ogni cinquanta parole...

Il taxi mi scarica sotto la “casa particular” che avevo prenotato dall’Italia... Apro un inciso: ovviamente, appena tornato, mi sono fatto premura di leggere tutti i commenti lasciati sotto al mio ultimo post: “Vado a Cuba” e a quello: “Caro Miro ti scrivo”, seguìto per libera e gentile iniziativa di Susanna Dolci. Vorrei per ciò rassicurare chi mi dava in vacanza e gozzoviglio nella “Cuba bene”: io non vado mai in vacanza, io non sono un turista, io non prediligo i posti in cui “si sta bene”. Quando parto, io, vado in cerca di qualcosa (per la verità e a dirla tutta: anche quando fisicamente rimango, sono uno che va in cerca: di cosa, poi, non l’ho ancora capito, ma questo è un altro discorso...). Quando parto, poi, mi auguro, eliotianamente: “Non buon viaggio ma: avanti, viaggiatore...”.

Per me, a Cuba, le casas particulares non sono state solo un’alternativa economica agli alberghi (peraltro accessibilissimi, rispetto ai prezzi italiani: anche a quelli a cinque stelle...) ma l’opzione prerogativa per entrare in contatto diretto con il cittadino cubano e con la sua realtà... La casa particolare è, anche, una delle poche opzioni alternative private (particular = privato) alla economia di stato (l’altra è la piccola proprietà terriera dei contadini: ci tornerò...): l’incasso dell’ospitalità (25/30 pesos...) è tutta (a parte un piccolo storno erariale...) di chi, all’interno della sua abitazione, ti offre alloggio ed eventuale vitto...

Poggio lo zaino nel piccolo ingresso e Marina e Paco, i miei ospitali, sono tutti per me... La casa è linda e confortevole: ingresso, salottino, tre camere da letto, cucina e bagno... La casa è di loro proprietà, come quasi tutti a Cuba: l’hanno riscattata dallo stato con un mutuo a tasso zero, compatibile con il loro reddito e tale da non costringerli ad ulteriori indebitamenti. Non possono rivenderla ad altri che allo stato: il processo di acquisizione, proprietà e disponobilità del bene assomiglia un po’ al mutuo sociale... Marina è un’insegnate, Paco un operatore turistico. Sono gentili e cordiali. Chiedo una birra e non ne hanno... Sento di averli messi in imbarazzo. Tiro fuori le sigarette e Paco me ne chiede una: lui se ne compra di rado, sta mettendo soldi da parte per venire in Italia, da turista (a sessantasette anni non potrebbe neanche sognarselo di venire da noi a fare l’immigrato, clandestino o meno...). Sono le undici di sera, ora cubana... In Italia sono le cinque di mattina: sono più di venti ore che non dormo. Ho sonno... Nel saloncino, dove mi fanno accomodare, hanno, incorniciati sotto vetro e in bella vista due poster di Roma: il Colosseo e Via dei Fori Imperiali (nonché: televisione, videoregistratore e stereo-musicale..) Notano che io li noto (i manifesti romani...), e mi fanno sapere di esserci stati, di amare Roma e di desiderare tornarci: apprezzo, ma ho tanto sonno... Sono curiosi di me e dell’Italia: io barcollo, ma loro non mollano... “Vabbeh - dico fra me e me - allora rigiriamo la frittata: se devo stare sveglio, almeno cominciamo il corso di apprendimento. Non sono qui per dare lezioni ma per prenderle...”. Così, me ne esco: “E como està Fidel?” “Se està reprendendo...”, mi risponde Marina sospirando... Non riesco a capire se il sospiro è di fiduciosa attesa o di rassegnazione al fatto che il lider maximo si stia riprendendo... Indago: “Tu la esperi la su guarigion?”. Marina e Paco sgranano gli occhi quasi gli avessi fatto una domanda assurda, tanto è ovvia la risposta: “Claro que sì...”. Amano Fidel, amano Cuba, amano la revolucion e il socialismo, mi sciorinano tutte le conquiste sociali degli ultimi (quasi...) 50 anni, odiano l’America ma non gli americani, attribuiscono a “el bloqueo” (l’embargo statunitense e paesi collegati all’impero...) gran parte delle loro difficoltà economiche, sono fieri della indipendenza e della piena sovranità del loro paese, non vorrebbero vivere da nessun'altra parte che Cuba... Mi dico, senza riferirlo a loro: “Sarà tutto oro quello che luccica?” Guardo automaticamente l’orologio che ho al polso. Sono le due, ora cubana: in Italia sono le otto. Adesso, sono ventiquattrore che non dormo: decisamente troppo per me. Devono aver capito che bramo il letto, si alzano e mi accompagnano nella mia stanza, di fronte c’è la porta del bagno... Oh! i bagni di Cuba meriterebbero un paragrafo a parte... E le finestre delle case non hanno vetri...

Al risveglio, decido di cambiare l’ordine del viaggio: avevo previsto di passare in visita dell’Havana i primi due giorni di permanenza a Cuba ma la voglia della strada mi assale al primo bagliore di luce sui miei occhi (semi...) aperti... Sento la voglia di andare... Paco e Marina ci rimangono un po’ male: pensano che non mi sia trovato bene da loro. Li rassicuro: avrei dormito pure sul pomo di un letto come Eta-beta, figuriamoci sul comodo giaciglio che mi avevano preparato... Gli spiego che tornerò da loro, prima di ripartire e che rimando alla fine quel che mi ero riproposto all’inizio (la visita dell’Havana...). Lauta colazione compresa nel prezzo e digerita, mi incollo lo zaino in spalla e scendo per strada... Proprio di fronte alla casa, a fianco del cinema Acapulco, sulla 26a strada, c’è un autonoleggio. Adocchio una bella moto da turismo. Mi si appressa il noleggiatore, gli chiedo il prezzo e mi spara: ”30 pesos los dias...”. La voglio per dieci giorni... Non c’è problema, ma... non me la dà per uscire dall’Havana: le moto le noleggiano solo per iter all’interno della capitale... Cazzo!!! Dovete sapere che, motociclista dall’adolescenza fin quasi ai quaranta, volevo rinverdire i fasti della mia giovinezza a due ruote proprio in occasione di questo viaggio cubano... Provo a convincerlo: nada de nada.... Provo a minacciarlo di rivolgermi ad un’altra agenzia... Mi spiega, paziente e gentile, che tutte le agenzie sono statali e hanno tutte lo stesso regolamento: niente moto per viaggi fuori città... Sbuffo e mi guardo intorno: le macchine non sono granché: decenti, vedo solo una punto fiat e una vecchia golf wolkswagen decappottabile... Opto per la golf, per via del tettuccio apribile... L’agente mi chiede quanti chilometri penso di percorrere... Mi faccio mentalmente i conti e dichiaro circa duemila... “Nada golf...” “Perché?”, chiedo con montante stranimento: “Golf no tiene mantenimiento por far dumilas chilometris...”. Manco la decappottabile, insomma... Mi becco la punto, pago 60 pesos al giorno, firmo il contratto di noleggio, butto lo zaino nel bagagliaio, metto in moto e via... Mentre i chilometri cominciano a sgranarsi sull’autopista (così si chiama la loro unica autostrada...) smaltisco la delusione con un’altra sigaretta... Accendo la radio: la musica in salsa cubana mi rimette allegria... Punto la punto su Trinidad...

Il principale mezzo di trasporto dei cubani è l’auto...stop. Non c’è strada, cittadina o intercity, autostradale o provinciale, di borgo interno o di riviera che non affolli ai suoi margini frotte di autostoppisti... Il bello è che il cubano, auto o moto o camion o calesse munito, si ferma invariabilmente a caricare chiunque faccia richiesta del passaggio per spostarsi... Sui taxi ci vanno i turisti, i bus sono rari, quasi sempre stracolmi e, poi, non vanno dappertutto... A qualsiasi ora del giorno e della notte, ovunque vi troviate, ci sarà sempre qualcuno che a lato della carreggiata vi chiederà un passaggio. La richiesta non viene avanzata come da noi: col pollice alzato in direzione della marcia desiderata, ma con l’indice picchiettante l’aria come quando si sgombera di cenere la cima fumante di una sigaretta... Lo fanno tutti (l’autostop...): uomini e donne, vecchi e ragazzi... perfino i poliziotti... Dopo un po’, ho cominciato anch’io a caricare su gente: un po’ per uniformarmi dell’uso solidale, un po’ per parlare con più indigeni possibile e, un po’, perché con quella scarsa segnaletica che dispongono per via è meglio avere al fianco qualcuno che ti dica che strada devi prendere per andare dove vuoi andare... Indice di onestà del popolo cubano: finito il primo rollino, la mia macchina fotografica non ha più voluto saperne di fare il suo lavoro... Dopo svariati tentativi di ripristino, l’ho sbattuta, con malagrazia, sul sedile posteriore, dimenticandomela lì. Avrò caricato una cinquantina di persone durante tutto il viaggio, spesso più di una per volta, facendo salire il secondo o terzo passeggero dietro. Quando ho riconsegnato l’auto al noleggiatore, ho ritrovato la macchina fotografica dove me l’ero dimenticata: io sapevo che era scassata ma loro, gli autostoppisti caricati, no... L’occasione non ha fatto il cubano ladro...

...ma il poliziotto scemo (e anche arrogante...), sì... Dovete sapere, cari lettori di questi miei appunti, che il sistema di sicurezza cubano è di tale efficienza da aver abrogato, in larghissima misura, la piccola e grande criminalità... La presenza delle “forze dell’ordine” è capillare, continua, massiccia e vigile... Mi avranno fermato cento volte (senza esagerazione...) mentre ero allo guida (qualche volta solo per farsi dare un passaggio, come dicevo sopra...). E mi hanno multato tre volte: due per eccesso di velocità e una per inosservanza di divieto di svolta (a destra...). Ora, a parte che in quest’ultimo caso non c’era alcun cartello di divieto di svolta e, alle mie rimostranze, mi sono sentito rispondere che me lo dovevo immaginare che lì non si poteva girare (sic...); a parte che i rilevamenti di eccesso di velocità avvenivano a vista, senza cioè autovelox o similar estrumento de notificacion e che, alle mie rimostranze mi sono sentito rispondere che dovevo fidarmi dei loro occhi (sic...); a parte tutto questo - dicevo -: non avendo io fissa residenza sull’isola, le multe che mi sono peraltro ben guardato dal controfirmare, dove me le recapitano? a Roma? Non vedo l’ora di vedermele consegnare a domicilio per assolvere i miei doveri... (Nota a margine: gli stipendi delle forze di “Policia Nacional Revolucionaria”, comprese quelle di pattugliamento stradale, sono fra i più alti di Cuba: superiori, in qualche caso, anche a quelli di un ingegnere o di un medico...).

Mentre viaggio per Trinidad, mi fermo ad una “gasolina” per fare il rifornimento di benza. Un addetto si informa della mia destinazione e, caso vuole, che lui, finito il turno, stia cercando proprio un passaggio per Trinidad. Sale e cominciamo a parlare... Si chiama Ariel, ha 25 anni, capisce bene l’italiano: ha una fidanzata a Roma, dice. Finiti gli studi superiori non se l’è sentita di andare all’università, ha fatto già il servizio militare (la naja a Cuba dura due anni...) e ora, è dipendente dello stato: addetto alla stazione di servizio dove l’ho incontrato. Guadagna nove pesos al mese... Gli chiedo se gli bastano: “Mas o menos...”, mi risponde. Gli chiedo anche se è soddisfatto del lavoro che fa; mi dice di sì: “Perché lavoro solo due giorni alla settimana, ininterrottamente, escluse quattro ore per dormire di notte...”. Gli chiedo se è contento di vivere a Cuba: mi dice di no... “E donde vorresti viver?” “In America...”, (intesi come: Usa...), mi fa... E, nel dirlo, si solleva il lembo inferiore della maglietta che porta sblusata sui pantaloni, mostrandomi la fibbia della cinta: è una borchia metallica dove reca, sbalzata, una bandiera americana con testa d’aquila in sovrimpressione da neo fasto imperiale... “Non sei comunista?”, gli chiedo “No me entendo de politica... no me interessa...”, mi fa. “E cosa pensi di Castro...” “Pochito bien, pochito mal...”. “Cosa c’è che non va?”, insisto. “No se sono prospective”. “Che prospettive vorresti avere?” “De poter arricchire: mi padre es medico e cuenta 25 pesos al mese...”. “Beh, se lavori solo due giorni a settimana e te ne concedi uno per riposare, potresti fare un secondo lavoro...” “A Cuba el secundo lavoro es illegal... e poi me piase divertirme...”. Taccio e rifletto. Poi, cambio discorso... Gli chiedo se conosce qualche casa particular a Trinidad che mi possa ospitare... Gli sorridono gli occhi: “Seguro... e poi te puerto in el paladar de mi amigo per las sena...” (i paladar sono le cucine fatte in casa per los turisti: hanno lo stesso regime delle case particular...). Capirò, poi, che sui clienti che presenta alle case particular, lui ci prende la stecca di un pajo di pesos. Idem per il paladar che, purtuttavia, mi sazia d’aragosta, gamberoni e mojito a poco prezzo... Parlo un po’ con lo chef, padrone di una casa coloniale spagnola dove, apparecchiato fra una camera da letto a vista e un salone-ingresso che, mentre pasteggio in compagnia di Ariel (al quale pago anche la cena...), alloggia tutta la sacra famiglia del mio ospite: mujera, ninos, suocera e suocero, guardano l’immancabile televisione. Raul, lo chef de los palodar, fa il cuoco in un ristorante (di stato, ovviamente...) e guadagna 8 pesos al mese. Arrotonda, appunto, cucinando in casa per il viandante di turno; ha un invito per recarsi a lavorare in un ristorante di Londra e non vede l’ora di andare; anche lui desidera prospettive economiche diverse. Finita la cena, mi ritiro per la notte. Dalla camera della casa particular che mi ospita, in pieno centro città, chiuso al traffico, mi arrivano le note della Casa della Musica, distante poche centinaia di metri: a Trinidad si balla e si suona dalle ventidue alle cinque del mattino, tutti i santi giorni che ha fatto dio... Nonostante il richiamo della movida, sono troppo gonfio di chilometri, di cibo e d’imbecillità alcolica per cedere alle sirene, stanotte...

Un altro paragrafo a parte meritano le strade di Cuba... L’arteria principale è l’ “Autopista” che attraversa da nord a sud tutta l’isola: una specie di autostrada (gratuita...) a quattro corsie per direzione di marcia ma: con incroci e semafori, con segnaletica toponomastica vaga o inesistente, con lo spartitraffico in basso terrapieno che si può tranquillamente attraversare per invertire il senso di marcia a proprio (ed altrui...) rischio e pericolo, con la solita siepe di autostoppisti ad ogni chilometro, con venditori di frutta ed ortaggi vari che si appostano in mezzo alla corsia esterna costringendoti a fare chicane, con un distributore di benzina ogni duecento chilometri o quasi, con punti di controllo poliziotti ogni venti (chilometri), con rari punti di ristoro e per di più con cessi che non scaricano, senza colonnine di s.o.s., con ripetute deviazioni obbligate di corsia per lavori in corso di rattoppo dell’asfalto... Comunque è funzionale e decisamente scorrevole, stante anche la scarsa intensità del traffico (l’automobile privata per il cubano è un lusso quasi proibitivo e qualcuno gira ancora alla guida di vecchie catillac e pontiac anni ’40 o ’50, memoria del passato colonialismo ispano-americano: ho visto una bellissima pontiac completamente restaurata guidata da qualcuno che doveva essere un locale giocatore di baseball - giudico dal fisico e dall’abbigliamento-: loro sport nazionale...). La ramificazione stradale è comunque efficiente: porta da ovunque a novunque, secondo l’ottuplice direzione dei venti... Le visuali dei centri abitativi, soprattutto quelli dell’interno che scorgo attraversando il Paese è, bisogna dirlo, ai limiti della desolazione: villaggi e paesini mostrano i limiti di un’economia pubblica che non vuole indebitarsi: ma l’elettricità e l’acqua in casa ce l’hanno tutti... Nelle città maggiori, inferiori a l’Havana e a Santiago (le due maggiori...), la situazione volve verso la decenza sufficiente all’occhio smaliziato e corrotto dell’occidentale consumista: ivi annesso il degrado aerale di un’atmosfera che si ingolfa dell’anidride solforosa emessa da tubi di scappamento di motori a carbonella e senza nemmeno l’ombra di bollini, non dico blu ma, almeno, men che neri... A tal posta, soprattutto se vi sorpassa un camion pre diluviano, tirare su il finestrino o tapparvsi alla meglio il naso sono le uniche azioni di difesa che si può per i polmoni... Superata Santiago (di cui dirò sommariamente, poi...) punto su Baracoa, descrittami come stella vergine tropicana... Vi arrivo (a Baracoa...) dopo aver superato un vallo montano dall’altezza e dai tornanti simil sperduto appenninici... Mentre ridiscendo il crinale e prima di vedere il mare, mi accoglie una cittadina (sempre Baracoa...) che, vagamente, al primo incedere, mi ricorda il rivierasco di certe coste profondamente calabre... Ma l’incanto dura poco: solo il tempo di rendermi conto che, al di là di una vegetazione tropicana maggiormente fiorente e di un tramonto che mi sorprende alle spalle, il mare tira al marrone di Ostia e Fregene. E senza nemmeno l’ombra di una spiaggia... Sosto un po’ fra il fare e il dire, indeciso se è il caso di restare o di andare... Nessun genius loci mi soccorre... Così, su due piedi e quattro ruote, decido che non resterò a godermi il lido (si fa per dire...). Rimetto in moto e vado: sì, ma dove? Le soluzioni sono due: tornare indietro e rifarmi i sessanta e passa chilometri di tornanti montani che mi separano dalla strada retta per Santiago o andare avanti, verso Moa, il centro cittadino che mi sopravanza... Voi che avreste fatto? Io, che ho una idiosincrasia innata per i ritorni al già noto, ho optato per l’ignoto e sono andato avanti... Appena fuori Baracoa, la strada mi si fa sterrata... Penso: “Vabbeh, sarà un aggiustamento: ora si rifarà d’asfalto...”. Col cazzo!!! Più avanzo e più la strada (?) si trasforma in qualcosa che a definir mulattiera è un insulto alle mulattiere... Per di più, è ormai già sceso il buio e, come in tutte le strade cubane extra cittadine, l’unica illuminazione è quella dei miei fari automobili... Proseguo, a 10 chilometri orari, per uno sterrato che ad ogni dieci metri mi propone voragini larghe quanto tutta la carreggiata... Svio, evito, rallento, inchiodo, supero... Vi esento da tutte le peripezie di una strada (?) che attende, non so da quanto, di essere resa percorribile... Ma la percorrenza, qui, all’estremo Sud dell’isola, deve essere un concetto tanto relativo che prescinde da qualsiasi grado di pericolosità, tanto che andando avanti ho incrociato persino un autobus di linea che faceva il senso inverso: con quale possibilità di riuscita nell’impresa mi è tuttora difficile immaginare... Per fare 35 chilometri (da Baracoa a Moa...) c’ho messo due ore... Quando arrivo, benedico gli dèi tutti per la previdenza del governo cubano che vieta l’uso ai foresti del moto-noleggio per viaggi fuori le mura cittadine... Sono le dieci (ora cubana...) e sono stremato dalla tensione di guida, e dai chilometri (me ne ero fatti già circa 300, da Santiago a Baracoa...). Decido: mi fermo a dormire nel primo buco che mi accolga... Caso vuole che, a Moa, l’unico motel sia sulla strada principale: con tanto d’insegna luminosa al neon ad attendere che io ci vada a sbattere contro, felice per la casualità... Parcheggio e, prima ancora di scendere dall’auto, la gentile oste, fiutando il qual buon vento di pesos convertibili, è già sul portone ad accogliermi... Le chiedo, sempre lì, sulla porta d’ingresso, se ha una camera e cena da servirmi: “Claro que sì...”, mi fa. Respiro di sollievo ed entro... Il sollievo dura poco, giusto il tempo che il mio olfatto, appena entrato nella sala ristoro e accoglienza (?), venga sorpreso da una vampa di ammoniaca marcia... Proprio lì, nella sala di ingresso e accoglienza (?) si apre, senza porte a garanzia di decente riservatezza, il cesso: voglio scappareeeee... Ma la oste mi si prodiga con tanta gentilezza, eppoi ho tanta fame, che non mi oso deludere lei e il mio appetito... Mi accomodo ad un tavolino diametralmente opposto alle latrine, sì, ma a non più di dieci metri: impossibile sfuggire alle esalazioni del water-open... L’ostessa mi porta la carta che non guardo nemmeno: le chiedo di portarmi quello che ha... Lo fa in cinque minuti: non mi oso intuire, nemmeno adesso, quello che ho mangiato... Diciamo che il vitto mi è stato spacciato come maiale in umido: l’umido c’era, sulle probabilità che si trattasse veramente di maiale sospendo ancora, a salvaguardia retroattiva del mio stomaco, il giudizio... Comunque sfamato, riacquisto la mia facoltà di libero arbitrio: chiedo il conto e spiego alla gentilissima oste che ho deciso di ripartire... E riparto... Guardo la carta stradale, la città più prossima è Holguìn, a 200 Km, mas o menos... Sono stanco e stranito, alzo il volume della radio a palla, abbasso tutti i finestrini e mi accendo la centoventiduesima sigaretta: ho avuto il buon senso di non bere neanche una birra (quando si dice l’istinto di sopravvivenza...). Sono stanco, sì: ma la strada mi terrà sveglio...

Tenete presente che le note di questo paragrafo sono frutto di una raccolta, in loco, dalla vox popoli di: autostoppisti, gestori di case particular e di palador, contadini, sbirri, baristi, tassinari, benzinai, etc... e che, quindi, pur essendo di prima mano, non hanno attendibilità scientifica e/o statistica (come se i rapporti scientifici e/o statistici fossero attendibili...). Lo dico per pararmi il culo da ogni eventuale obiezione di soggettività e/o parzialità (come se antropologi e sociologi fossero privi di soggettività parziale...). Dunque: Cuba è povera, molto povera... Non è povera per via dell’insensatezza (?) del regime socialista che la governa: è povera per penuria di risorse naturali. Non ha petrolio, non ha oro, non ha diamanti, non ha ferro, non ha gas, non ha produzione da terziario avanzato... Non ha tutto quello che fa ricca una ricca nazione occidentale... Inoltre, l’embargo (“el bloqueo"...), inflittole dagli Usa e nazioni vassalmente collegate, le impedisce un import/export a costi sostenibili con la loro economia... Pur tutta via, è, sì, povera: ma non è miserabile... Tutti hanno casa¸ tutti hanno un lavoro, tutti godono di un’istruzione obbligatoria e gratuita fino alle medie superiori e con lode fino alla laurea, tutti godono di un sistema sanitario capillare: dalla metropoli al più sperduto villaggio dell’interno; tutti hanno diritto alla pensione: a sessant’anni gli uomini, a cinquantacinque le donne (di contro, gli attuali italiani, in attesa di riforma in pejus, vanno in pensione: a 65 anni gli uomini e a 60 le donne...); tutti hanno in casa energia elettrica (Revolucion Energetica...) e acqua. Tutti hanno, insomma, quel che basta a una vita che non sia di miseria assortita al degrado della rispettabilità umana... Guardate quel che succede nei paesi non socialisti dell’America Latina: laddove impera il capitalismo e dove le condizioni di ricchezza delle risorse naturali sono analoghe a quelle di Cuba; guardate cosa succede nei paesi del terzo mondo, come l’Angola ad esempio, che pure di risorse autarchiche per vivere più che decorosamente ne avrebbe a iosa ma che le sono defraudate dallo sfruttamento capitalistico dell’Occidente... Guardate... Guardate... Vi prego, guardate: guardate la miseria... A Cuba si è poveri, NON miserabili: come nei sobborghi di New York, di Brasilia, di Buenos Aires, di Roma, di Londra, di Parigi, delle città africane, dell’estremo, medio e vicino est asiatico... Cuba vive delle sue risorse, che sono poche e non consentono voli economici epici: ma non è indebitata con il Fondo Monetario Internazionale, con la Banca Mondiale, con le finanziarie che ti fanno stare meglio oggi ma ti tengono sotto cappio usuraio fino alla fine dei tuoi giorni, consegnando ai tuoi posteri un debito pubblico che li costringerà per sempre a una politica nazionale da vassalli. Cuba è una nazione sovrana e il popolo cubano è fiero di essere solo, sì, ma sulla cùspide della sua libertà (dal debito e dal signoraggio...). Il cubano è un popolo che gestisce autonomamente le sue risorse, il suo presente e il suo futuro (fino a prova e ad eventi contrari...). I contadini sono proprietari della loro terra, ricevono dallo stato un salario prefissato: se producono di più, spartiscono gli utili; se producono di meno, il minimo salariale non gli viene decurtato... Idem per gli operai delle poche industrie isolane: stabilito in consiglio di fabbrica il piano di produzione, ognuno ha il suo, secondo necessità e responsabilità d’impresa: se la produzione va oltre le previsioni, gli utili in eccesso si dividono fra i lavoratori, se va male: anche qui il salario minimo garantito è... garantito... Se non è socializzazione questa, poco ci manca... Ci manca - a dirla tutta - che il fornitore di capitale non sia, prerogativamente, quello statale ma chi lo dice che questo limite non sia superabile? Gli esperimenti delle “case particulares” e dei “paladares”, non sono forse un esperimento di iniziativa privata nell’ambito della neo (in quanto introdottada poco...) industria turistica cubana? È vero, il sistema è in taluni casi, semi arcaico: se uccidi un cavallo te becchi 25 anni di galera; se ammazzi un cristiano, e l’omicidio non è particolarmente efferato, te ne prendi 10 o 15... Ma tutto rientra in una logica: l’equinicidio volontario è un sabotaggio all’economia della nazione... L’equino, infatti, è nominalmente di proprietà dello stato, utile alle necessità di trasporto dei lavoratori, quindi pubblico, quindi di tutti; l’omicidio, quando è occasionale, rientra negli accidenti della vita privata dei soli coinvolti... Possiamo obiettare fin quanto si vuole sull’equita cubana del rapporto giustizialista equino-umano, ma non trarremmo un ragno dal buco: così è...

Fidel Castro, a quanto ho capito, non si tocca... Riferisco: in uno dei miei concessi passaggi autostoppanti, ho caricato in auto una mamma con due bambini in età prescolare per mano... Stavo andando in spiaggia... Lei doveva tornare al sobborgo di Boca: a una decina di chilometri da Trinidad e qualche chilometro oltre il lido da me ambito per il culto del “già che ci sono: un bagno e due ore en plain air sulla battigia ce le facciamo o no?”. Mi acconcio volentieri a trasferire lei e i suoi figli fino a destinazione... Intreccio una conversazione nel mio improbabile spagnolo (e molto autentico renzagliano...). Mi spiega che risiede là, dove la sto portando, per via dell’ultimo uragano (l’anno scorso...) che ha investito l’isola e che le ha distrutto la sua casa di Trinidad. “Castro me ha prestado la casa...”. “Castro es bueno?”, le chiedo... “Oh, sì... Castro es muy bueno: me ha prestato casa por mi e por mi niños... Lu es muy, muy bueno... ”. Fermo dove mi dice di fermare e la casa che Castro le ha “prestato”, in attesa della nuova in costruzione, è proprio... una casa vera: non un container come sono abituati i nostri ricorrenti terremotati, alluvionati e disastrati vari... Andateglielo a spiegare voi a questa giovane mamma cubana che Fidel è un feroce dittatore, eppoi fatemi sapere... Riferisco ancora: la sera dopo il mio arrivo a Trinidad, mentre mi stavo facendo un’improbabile doccia nella stanza da bagno della casa particular che mi ospitava, avverto un repentino cambio di sottofondo acustico: niente più vibrar di note caraibiche, niente più vocìo di ragazzini in strada a giocar di baseball: ma un’oasi di religioso silenzio... Chiudo il rubinetto della doccia, mi avvolgo un asciugamano alla vita esco e tendo l’orecchio a quel silenzio che m’assorda... “Fidel... Fidel... Shhhh...”, mi fa il padron di casa indicandomi la televisione accesa. Penso che sia giunta la notizia che Fidel è morto. Tutt’altro: Fidel è vivo; Fidel appare al notiziario della televisione; Fidel con Chavez; Fidel che chiede e beve un’aranciata; Fidel con los pelos (qualcuno temeva che la cura chemio, in realtà mai fatta, lo avesse reso calvo...); Fidel in piedi, come sempre... Poi, chiuse le immagini, la strada esplode in grida ed applausi: la gente si abbraccia, urla: “O patria o muerte: socialismo....” “O patria o muerte: venceremos...”. I miei ospiti mi abbracciano e mi offrono da bere: “Es vivo... Es vivo: Fidel es vivo...”. Brindiamo a Bucanero Max (la cerveza nacional...): “Hasta la victoria siempre: viva la revolucion...”.

Dall’areroporto dell’Havana fino a Santiago, dal più piccolo villaggio dell’interno alle città medie, dalla prima pagina della Costituzione cubana alla toponomastica, il nume terrestre più riverito è quello di José Martì (1853-1895), “apostolo” e martire della indipendenza nazionale. José Martì: un misto di d’Annunzio e di Mazzini che visse, e scrisse, e lottò, e morì in combattimento per la sua terra, e che covava in seno partoriente il nucleo concepiente di Ralph Waldo Emerson, il pensatore che nel mentre ispirava lui (Martì...), putacaso, servì da innesco incendiario a quel tal Friedrich Nietzsche che conosciamo sicuramente meglio... Se pure è vero, come è vero che a Martì, nella Costituzione cubana, vengono affiancati i nomi di Marx e Lenin, forse, proprio in virtù dell’Emerson che ne fu maestro (di Martì, nonché di Nietzsche...), NON di un “socialismo” tout court possiamo parlare ma ad un socialismo al qual l’aggettivo “nazionale” non fa certamente scomodo... Ero partito con, anche, l’intenzione di chiedere le modalità per iscrivermi al Partito Comunista Cubano. Non dico che lo avrei fatto (iscrivermi, intendo...) ma, almeno, mettermi in crisi di possibilità, sì... Sapete come sono fatto: mi piacciono le sfide al contrario delle certezze acquisite come inespugnabili coerenze al dado che non si è mai tratto indietro... A Santiago, ho sbattuto, per caso, il naso davanti alla sede provinciale del partito... Sono entrato ed ho chiesto: nessuna obiezione allo straniero ma, come per il cittadino cubano, per iscriversi è necessità imprescindibile essere presentati da altri iscritti che attestino la tua credibilità e benemerenza rivoluzionaria. Insomma, il PCC, non è un partito di massa: l’iscrizione non né coercitiva né obbligatoria. Tutt’altro: bisogna meritarsela ed essere testimoniata da già iscritti. Ahimé, le mie credenziali rivoluzionarie sono attestabili solo da italiani non particolarmente noti ai caraibi... E manco da tutti... Ora, a parte lo scorno, mi viene da aggiungere: non è che Nicola Bombacci con il suo credo, “...eppure giorno verrà, in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di risoluta anima rivoluzionaria, s’incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale”, abbia trovato a Cuba una sua pur parziale realizzazione? Sarà, quello cubano, uno dei criteri per connettere anima rivoluzionaria e spirito gerarchico?

Il resto è cosa da touristi per la gioia dell’andirivieni di cercatori comodi di lidi propri alle virtù della vacanza fuori stagione e a tempo perso... Santiago, la Moncada, Plaza de Marte, Plaza de la Revolucion dedita, stavolta, al culto dell’eroe d’indipendenza Antonio Macéo, 26 volte ferito con colpi d'arma da fuoco (...e mi lamento io delle mie misere 4 revolverate...). Altrove: le spiagge di Varadero e di Guardalavaca, il mausoleo del “Che” a Santa Clara (roba delle ultime ore: sembra che i resti scheletrici del “Che”, ivi esposti, non siano i suoi...). Altrove, ancora: l’Havana Vieja, i mausolei e la onnipresente Plaza della Revolution, con l’immane coreografia gueverasca, nota in tutto il globo terracqueo, sulla facciata esterna del Palazzo (e come ti sbagli?) de la Revolucion, fronteggiata dalla colonna altissima in memore dell’immancabile José Martì... Lo studio del “Che” alla Fortalezza de San Carlos de la Cabana, fronte agiata dalla Fortalezza del Morro... E poi: la Plaza de La Catedral, il Malècon, il Miramar e la Marina Hemingway, ospitale l’albergo dove lo scrittore concepì l’ultra noto “Il vecchio e il mare” e la casa del, per un certo tempo residente, Victor Hugo; il Capitolio Nacional, copia del Palazzo del Congresso a Washington (retaggio della sudditanza coloniale yankee...), eccetera, eccetera, eccetera... Cuba è piena di fasci, lo sapevate? Innumerevoli colonne e steli sono ornati con inequivocabili e ben visibili fasci littori, benché rechino in vetta non la nostra ascia ma il cappello frigio che, da Roma anticamente nostra alla Rivoluzione francese, è simbolo di libertà...

Se sono belle, allora, le donne cubane sono bellissime. Se non sono bellissime (e di bellissime ne ho incontrate percentualmente poche...) beh, da gentiluomo qual io reputo essere, è vero, diciamo che il colpo d’occhio non ti rapisce. Inoltre, dopo i quaranta (años...), tendono allo sfaldamento e al sovrappeso localizzato nei fianchi, glutei e ventre... D’incendiario, restano gli occhi e una grazia femminile, non spocchiosa e sempre sorridente che, comunque, non perdono... Non sono andato a puttane ma di puttane, nonostante il mito che aleggia sull’isola nelle fantasie erotiche dell’italiano tristemente arrapato, ne ho viste poche... Diciamo che c’è una diffusa disponibilità femminile ad intrattenersi con los pepes (il foresto...). A l’Havana, l’ultima notte di soggiorno, ho fatto il giro dei locali dove si suona, si balla e si beve... Io a ballare sono un orso stronco e, quindi, in genere mi astengo per pudore verso me stesso. Anche in Italia, quando mi trovo in tali guise, mi siedo in disparte e guardo gli altri farlo... Ma, siccome a bere me la cavo abbastanza: bevo... Sorseggio mojito e aspiro un montecristo... Ovviamente, miro quel che c’è di grazioso da mirare... Il cervello sollevato dall’alcol comincia a surfeggiare sulle sinuose onde dei ritmi caraibici... Alterno mojito e daiquiri... E il montecristo mi va spesso di traverso... Una creola dalla bruna aureola mi circonda a passi di habanera... le sorrido... lei mi prende la mano invitandomi a ballare... le faccio segno di no con l’indice a tergicristallo ma la invito a sedersi... Si siede... parla veloce, troppo veloce e la musica è troppo forte: non capisco una beneamata acca... Le chiedo a gesti, indicandole il mio bicchiere, se vuole bere qualcosa: “Sì... sì...”, batte velocemente le mani e poi le unisce portandosele in grembo, fa spallucce e, unendo le ginocchia, spinge in fuori i talloni, come fanno le bambine quando vogliono mostrare contezza... Mi porge la mano e si presenta: “Estèr...”, mi fa. “Miro...”, replico stringendogliela (la mano...). Lei confonde il mio nome con la voce spagnola del verbo “mirare”: guardare... “Que?” mi fa. Io non colgo subito: “Que che?”, le rimando. “Que miri?”, replica. Finalmente, colgo lo slittamento di senso e mi viene da ridere... Cerco di spiegarle: “No, non miro de los ojos: Miro es mi nome...”. Estèr capisce il precedentemente frainteso e ride, portandosi subito, però, la mano sulla bocca, a soffocare il cristallo in frantumi del fresco sorriso che le sovviene... Le faccio maramao sulla punta del naso... Beviamo... Lei, sporgendosi in avanti, si accosta al mio orecchio chiedendomi se voglio andare in un altro locale dove la musica è più bassa e si può parlare... Annuisco, pago il conto ed usciamo... Mi cammina a fianco facendo strusciare, di tanto in tanto, l’esterno del suo braccio destro col mio sinistro... La notte brilla lievemente "con luz propia": la luna è piena di assoli danzòn e... buonanotte al secchio di tutti i luoghi comuni dell’antisentimentalismo... Ci sediamo al tavolino di un pianobar all’aperto, sotto un fresco pergolato di avvinghiate e rampicanti flore tropicali... Ordiniamo da bere... la musica pacata favorisce il dialogo... Mi snocciola la sua biografia: figlia di un avvocato e orfana di madre, non è dell’Havana: è qui per studiare psicologia all’università, ha un fratello più piccolo, cadetto dell’Accademia militare di Santa Clara (o Villa Clara...). Le chiedo com’è l’università di Cuba: “Muy buena...”; “Quanto costa studiare a Cuba...” “Nada”; “E i libri?” “Nada”; “E la mensa?” “Nada”; “E l’hospital donde yu dorme?” “Nada de nada”... Il pianista manda ad uso turistico un ballo della mattonella... Alle prime note, lei si alza scattando dalla sedia, mi prende la mano e tenta di tirarmi su: “Esto sì... esto sì... baila co’ me... esto yu pote bailar...”. Resisto un po’ ma sono abbastanza ebbro da lasciarmi convincere. Estèr incatena le mani dietro la mia nuca e io le poggio le mie (mani...) sui fianchi... Mi accorgo solo ora che è alta quasi quanto me... Mi sento ridicolo ma l’alcol fa il suo giusto lavoro anti-inibizione... Sento gli apici dei suoi seni puntuali sul mio petto... Lei ruota dolce e flessuosa intorno a me: l’asse goffo che vacilla... Mi mormora all’orecchio: “Te quiero...”. Non rispondo subito... La musica cambia... Torniamo al tavolo... Le sparo a bruciapelo: “Quanto vuoi?”, sperando che si offenda... Invece, abbassando pudicamente gli occhi con mossa sicuramente studiata ma comunque suadente, mi fa: “Sinquantas pesos convertibli...”. Tergiverso lo sguardo obliquo sui palinsesti appetiti... Metto la mano in tasca e tiro fuori un foglio da “sinquanta” pesos (convertibili...). Lo metto sotto il fondo del mio bicchiere e le dico: “Desidi yu: o sesso o pesos. No me gusta fare a l’amor con jinetera...”.

...

Sull’aereo che mi riporterà a Roma, via Madrid, mi riprende l’alambicco pseudo-grammaticale dell’incipit: perché in italiano si dice, con preposizione semplice, “torno da Cuba”, anziché con le articolate: “dal/dalla”, come vale per tutte le altre nazioni del mondo?


Postato da: Dresda a 18:58 | link | commenti |

venerdì, 23 febbraio 2007

Se questa è "Unione"...

Ricordate il super-programma dell'Unione di ben 281 pagine? Ora che devono mantenere il potere il tutto si riduce a 12 punti, dei quali alcuni fanno davvero ridere, pensate a quelli riguardanti le "comunicazioni" con l'esterno (: 11. "Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo". 12. "In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto").  Ah, cosa non farebbero per mantenere il potere.

Hanno aumentato ticket sanitari, bollo auto, tasse comunali, reintrodotto la tassa di successione. Se la sono presa con avvocati, farmacisti e tassisti, favorendo coop rosse, magistrati, case farmaceutiche e banche. Si sono prostrati davanti agli Usa: a Vicenza, in Iraq (ce ne siamo andati quando ha voluto Bush), in Afghanistan, per l'omicidio del nostro eroe Calipari, per Carlo Parlanti, per il rapimento di Abu Omar. Hanno servito il sionismo (umiliandoci tutti): con Prodi che nel suo discorso congiunto con il Premier israeliano, ha fatto la marionetta di Olmert.

E ora? Faranno il Proni-bis. Eureka! 

Postato da: Dresda a 19:28 | link | commenti |

giovedì, 22 febbraio 2007

Pena di morte? Un gettone di scambio politico

 

 

di Carlo Parlanti






5 gennaio 2007



Abbiamo da poco attraversato la soglia di un nuovo millennio ma non siamo ancora riusciti a liberarci dal vendicativo desiderio di giustiziare i criminali, comuni o di guerra che siano.
Che cosa guadagna la società dal giustiziare un serial killer? Che cosa ha guadagnato il popolo irakeno dall'impiccare Saddam Hussein?
La vox populi più comune è che la pena di morte rappresenterebbe un efficace deterrente dal commettere i crimini più efferati, puniti con la stessa. In qualche modo, però, questa teoria fallisce nello spiegare per quale motivo Paesi che della pena di morte fanno una delle loro bandiere, come gli Stati Uniti d'America, presentino, tuttavia, maggior criminalità, per quantità ed efferatezza, delle loro controparti "Death Rows Free".
Anzi, spendere il resto della propria vita, o comunque una parte significativa della stessa, in istituti di pena, modello "Guantanano Bay", rappresenta, probabilmente, un deterrente di gran lunga più efficiente di qualsiasi iniezione letale.
O perlomeno sembrano pensarla così i criminali ospitati, per esempio, nelle carceri californiane e texane: 41 suicidi in California nel 2006 (in crescita del 17% rispetto al 2005) e 24 in Texas (2 più dei 22 del 2005). Il numero dei tentati suicidi è ancora più impressionante con 652 in Texas nel 2006 (erano 559 nel 2005); oltretutto, la maggior parte di essi, fino al 69%, può essere legata alle condizioni di isolamento o meglio "segregazione amministrativa" in cui vengono tenuti proprio i criminali più pericolosi (fonte: USA To Day).
Di sicuro, e per motivi molto simili, la pena di morte non può rappresentare una efficace forma di vendetta o di legge del taglione visto che i criminali a cui è riservata si sono quasi sempre macchiati di crimini cosi efferati da richiedere ben più di una impiccagione o di una camera a gas per "pareggiare i conti".
Se non rappresenta un deterrente nè una vendetta, può darsi, allora, che si tratti di una semplice questione economica? di una maniera per risparmiare i costi di mantenimento della popolazione carceraria? Temo che anche i Paesi più rigidi nell'applicazione della pena di morte non eliminino abbastanza criminali da rappresentare un concreto beneficio economico.
Ho, purtroppo, la sensazione che l'unico vero motivo che sta dietro la difesa e applicazione delle pene capitali sia molto più semplicemente il fatto che esse rappresentano un efficace gettone di scambio politico. Una maniera semplice ed economica di dare del pane alle folle affamate di giustizia, anche se sbrigativa, crudele e di sicuro non costruttiva. La stessa molla che sta dietro all'inasprimento vorticoso delle scelte anti-criminalità di alcuni Paesi, ormai, purtroppo, vicini alla realizzazione del perfetto "stato di pulizia", di triste memoria orwelliana.
Mi auguro, sinceramente, di non vederlo un futuro dove questo incubo si sia trasformato completamente in realtà. Spero che questa richiesta alle Nazioni Unite di moratoria sulla pena di morte, avanzata dall'Italia, sia il primo passo di una più estesa campagna di sensibilizzazione verso il rispetto di tutti i fondamentali diritti dell'uomo e non soltanto un diverso tipo di "gettone politico".
(Se mi volete scrivere: trovate il mio indirizzo su http://www.carloparlanti.it/contatti.htm; oppure: Carlo Parlanti F25457, 350-2-58X Po box 9, Avenal, CA 93204, USA)

La risposta assurda della procura di Ventura, notizie sulle interrogazioni parlamentari consultabili su: http://www.carloparlanti.it/Carlo.htm

Postato da: Dresda a 20:07 | link | commenti |

mercoledì, 21 febbraio 2007

Lo psico-reato è realtà

 

 

...non per tutti però

 

Bologna, a 82 anni chiamato alla sbarra “Vuole ricostituire il partito fascista BOLOGNA - A 82 anni è stato chiamato alla sbarra per riorganizzazione del disciolto partito fascista e apologia del fascismo. Davanti al tribunale di Bologna, l’8 giugno prossimo sarà processato Giuseppe Pugliese, già imputato, ma assolto trent’anni fa, per l’omicidio del giudice Occorsio.”Peppino l’impresario”, come usavano chiamarlo gli amici, abbandonò il 25 aprile del 2001, in una cabina telefonica a Budrio, nel Bolognese, una decina di volantini in cui paragonava il giorno della Liberazione ad una “mattanza partigiana, un’orgia di odio e di vendetta”. A distanza di sei anni, il giudice per le udienza preliminari Rita Zaccariello ha rinviato a giudizio il pensionato perchè, “in concorso con ignoti, ha esaltato pubblicamente il fascismo con la stampa e la diffusione di volantini firmati Consulta nazionale combattenti per la Repubblica sociale italiana”, una associazione di cui lui è presidente e ispiratore unico. Un reato che è punito con la reclusione fino a 12 anni.Quando i cronisti di giudiziaria si occuparano di lui durante il processo per le stragi sfiorate sui treni Roma-Bologna, negli anni tra il ‘74 e l’83, Pugliese era descritto come un personaggio centrale nei gruppi della destra eversiva, anche se, con quegli attentati, i giudici dimostrarono che non aveva avuto nulla a che fare.”Oggi Giuseppe Pugliese è solo un vecchietto di 82 anni, e per di più cieco: davvero strano - lo difende il suo avvocato Luciano Randazzo - che possa ricostruire il partito fascista. Quello che ha scritto non so fino a che punto possa essere un attacco alla democrazia”.Scelse il giorno della Liberazione “Peppino l’impresario”, per diffondere il suo credo politico. Scrisse sui volantini: “I liberatori hanno imposto all’occidente il loro sistema plutocratico propinandoci un modello di vita consumistico. Onore ai camerati assassinati”. E poi chiuse le frasi con una preghiera al “Caro Benito”: “Ci manchi tanto”, scrisse. “Da lassù prega per noi affinchè l’idea che ci hai lasciato, trionfi”.

 

 

 

(da www.ladestra.info)

Postato da: Dresda a 22:05 | link | commenti |

Libertà l'è morta

 

 

 

La condanna di Luigi per rapina lascia ammutoliti e rammenta a tutti che non esistono più Diritto né garanzia giuridica

 

 


di Gabriele Adinolfi

 

 



Lo sapevamo da tanto tempo. Sapevamo di vivere in un paese ipocrita: buonista ma forcaiolo e spietato, che non rispetta il Diritto e la Libertà. Lo sapevamo da sempre, ma ce lo confermarono carnalmente le vicissitudini di migliaia e migliaia di ragazzi, uomini e donne che incrociarono gli Anni di Piombo. Condanne lorde, appesantite da “aggravanti specifiche” che riconoscevano lo statuto politico solo in negativo, per aumentare di un terzo qualsiasi pena. Ce lo confermarono le peripezie singole di spietati assassini che, sapendosi vendere o vantando qualche santo in paradiso, trascorsero molti meno anni in galera (e molto meglio per condizioni detentive) di tanti altri, rei, spesso, solo di aver pensato a voce alta.
Era il lascito di uno Stato che non è uno Stato se non nel solo aspetto funzionale, dunque cinico, lontano dagli uomini che considera numeri o carne da macello. Alcuni s’illusero che quello Stato cambiasse con la fine della guerra fredda e con la persecuzione dei trimalcioni del Consociativismo.Dicevano che la Prima Repubblica, con tutto il suo codazzo di latrocini, pantomime e repressioni selvagge, ce l’eravamo lasciata alle spalle.

E invece non c’è voluto molto per sentir puzza d’inferno, odore di “1984” in tutti i settori della vita italiana, dal calcio alla politica. Siamo di nuovo alla dittatura. A una dittatura che assomma in sé il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo senza offrire dell’uno le speranze sociali e dell’altro le possibilità imprenditoriali. È questo Leviatano che oggi, 20 febbraio, ha processato e condannato Luigi. Luigi Ciavardini, un ragazzo pulito che combatté quella guerra civile per pochi mesi, a diciassette anni e che continua a pagarne il fio ventisette anni dopo. Lo hanno condannato due volte per la strage di Bologna, alla Corte d’Appello del capoluogo emiliano, solo perché non ha mai voluto ritirare la sua testimonianza in favore di Mambro e Fioravanti. Glielo suggerirono esplicitamente ma non cedette. E non per proteggere qualcuno, ché verso i due egli non ha debiti, ma solo perché non si può non dire la verità. Neanche per confermare condanne di comodo, buone per il gregge ma talmente assurde che ai due imputati neppure le hanno fatte scontare. Se di quella strage essi sono innocenti (e lo sono) non poteva Luigi far finta di niente, nemmeno per calcolo, anzi forse, proprio perché il calcolo gli diceva di fare altrimenti egli, uomo di cuore, scelse con maggior ragione di non piegarsi.. E così lo hanno condannato, senza nemmeno un inidizio contrario, solo per aver testimoniato e scagionato i colpevoli designati. Per ciò soltanto è diventato colpevole a sua volta anche lui.


Il 14 marzo andrà per la seconda volta in Cassazione. Ma stavolta ci andrà da rapinatore incallito, condannato a una dura pena e questo, si sa, non può incidere positivamente sulla Corte. Visti i precedenti (già una volta era stato condannato per una rapina della quale si scoprì poi essere totalmente innocente) alcuni si domandano se non si sia trattato di un’operazione orchestrata a tavolino. Contro di lui un frantumo d’impronta digitale reperita su di una busta che avrebbe contenuto la pistola di un rapinatore. Una busta che oltretutto non corrisponderebbe come colore a quella riconosciuta dalla principale teste. A suo favore un numero impressionante di testimonianze al di sopra di ogni sospetto e persino quella di un rapinato che ha escluso che fosse Luigi il rapinatore del caso. Assurdo? Assurdo! Incomprensibile? Mi auguro tanto di poter rispondere sì, ma non ci riesco.

Ovviamente non è detto che a dettare una sentenza così drastica sia stato un calcolo, perché il clima in questi giorni, tra BR e ultrà, si è arroventato e forse proprio quest’atmosfera ha finito col determinare la condanna. Certo che se l’accusa aveva chiesto quattro anni e quattro mesi il GUP ne ha comminati sette più quattro mesi la sorpresa si fa grande, anzi si fa sgomento e le domande più astruse vengono spontanee. E trattano di calcoli di pene e di possibili indulti nell’ottica di farlo presentare alla Cassazione per Bologna da detenuto e non a piede libero. Le domande si fanno angosciate. E le risposte, purtroppo, sono monotone e disperate. Benvenuti nello stalinismo peggiore che si potesse confezionare. Dimenticatevi definitivamente il Diritto e la Libertà. Non sono concetti di oggi, non sono concetti di questa repubblica, non sono concetti che si confanno al genere d’uomini che ci comanda, non sono concetti adatti a quest’era.

 

 

(da www.noreporter.org)

Postato da: Dresda a 22:02 | link | commenti |

martedì, 20 febbraio 2007

Ancora sul fosforo bianco usato a Falluja...

e questi sono i buoni...

 

 

 

Postato da: Dresda a 20:19 | link | commenti |

domenica, 18 febbraio 2007

Grande Fratello a Vicenza

 

Sicuramente all’inizio in molti avranno sorriso nel sentire Prodi che si diceva soddisfatto per la manifestazione di Vicenza. E a qualcuno sarà pure scappata qualche risatina maligna. Ma quando anche Fassino e Bertinotti hanno manifestato la loro gioia per il successo del corteo antiamericano, sottolineandone l’importanza come “espressione di democrazia”, tutti ci siamo fatti più seri. Nessun elettore di sinistra aveva più voglia di ridere o sorridere, dopo aver sentito i capoccia del Governo parlare di una cosa così importante come la democrazia. E così, dopo aver seguito gli ulteriori interventi in tivvù di esponenti politici che avevano sfilato al corteo (come per esempio Giordano di Rifondazione Comunista e Diliberto dei Comunisti Italiani) o di altri che non avevano potuto sfilare perché ministri o sottosegretari, il popolo della sinistra si è fatto serio ed ha approvato la linea tenuta dal Governo Prodi in questa situazione così delicata. Governo che ha permesso la manifestazione, pacifica (i pochi provocatori sono stati subito isolati dal popolo delle bandiere arcobaleno), nonostante fosse in disaccordo con le motivazioni della stessa. Che bella cosa! È stato il solito Berlusconi, invece, a irritare tutta quella gente che in aprile scelse il Centrosinistra. Una brutta manifestazione anti-Usa che andava evitata: questo il pensiero del Presidente di Forza Italia. Per fortuna che c’è ancora chi fa politica in Italia non sentendosi servo degli americani, devono aver pensato tutti gli elettori della Sinistra mentre, comodamente seduti in poltrona, commentavano le immagini della manifestazione trasmesse al telegiornale. “No alle basi Nato”, “Via dall’Afghanistan”, “Giustizia per il Cermis”, questi alcuni degli slogan urlati dalla folla a Vicenza. Che giornata! Eppure sono tante le domande che gli elettori di Prodi dovrebbero farsi: perché l’Italia è ancora in Afghanistan? Perchè la base Usa di Vicenza viene allargata? Perchè il Governo si rifiuta di chiedere all’America l’estradizione degli agenti Cia responsabili del rapimento di Abu Omar (avvenuto sul territorio italiano)? Perché non si pretende giustizia per il nostro eroe Nicola Calipari? Perché il Governo Prodi non chiede la cancellazione di quelle clausole segrete del Patto Atlantico che impediscono alla giustizia italiana di processare i marines che commettono reati nel nostro Paese? Ma, forse, la cosa che tutti ci dovremmo domandare è se la manifestazione di Vicenza non serva proprio a distrarre l’opinione pubblica da tali importanti quesiti. C’è da chiedersi se un corteo simile non sia la negazione stessa della democrazia. Siamo forse in presenza di un Governo che si preoccupa di controllare il dissenso del popolo, in modo tale da rendere inutile ogni protesta? Mussolini, che in quasi tutte le sue scelte fu attento alle sensazioni della maggioranza degli italiani (fu questo che gli permise di stare al potere per 20 anni), vietò per legge ogni manifestazione di opposizione al suo volere, perché doveva apparire che le decisioni del Regime fossero condivise da tutto il popolo, nessuna minoranza più o meno numerosa doveva interferire con i suoi piani. La dittatura doveva mostrarsi forte. Oggi Prodi, invece, ha bisogno di dimostrare che il suo Governo è democratico e per far questo permette che la maggioranza della gente manifesti ostilità nei suoi confronti. Ogni critica alla sua politica è ammessa, purchè il volere della gente non venga preso in considerazione (si pensi all’indulto, ai terroristi al Governo, ai provvedimenti contro farmacisti, tassisti e avvocati, mentre non si toccano categorie privilegiate come per esempio i magistrati e le case farmaceutiche). “La guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, questi erano gli slogan che il Grande Fratello, attraverso lo strumento del partito, imponeva alla gente nel romanzo “1984” di George Orwell; oggi il Governo Prodi, su quella stessa linea, sembra spesso ripetere: “la maggioranza è opposizione”.

Postato da: Dresda a 18:40 | link | commenti |

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