Città di Messina

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venerdì, 30 marzo 2007

Quanto vale un afghano?

 

 

 

 

 

 

 


Per tenere l'Italia impantanata in Afghanistan gli Usa hanno guidato Karzai alla trattativa con i taleban. Avranno lo stesso interesse per l'interprete del giornalista italiano?

 

 



ROMA - O Karzai tratta o "uccidiamo" Adjamal. Il mullah Dadullah ha fatto sentire la propria voce, tramite un'intervista a Sky Tg24, lanciando una minaccia molto precisa: se il presidente afghano Hamid Karzai non negozia la liberazione di Adjamal Nashkband, e libera due detenuti, i taleban uccideranno l'interprete di Daniele Mastrogiacomo.

Ed anche una sfida: al Qaida è qui con noi in Afghanistan, "venite a prenderci senza uccidere civili innocenti in Pakistan". "Così come il governo italiano ha agito nell'interesse del suo popolo e ha avuto a cuore il destino di un connazionale, e si è adoperato per liberarlo, così dovrebbe agire Karzai", afferma Dadullah, i cui uomini hanno catturato Adjamal e l'inviato di Repubblica, tornato uomo libero dopo un criticato rilascio di prigionieri talebani.  [...] (ansa)

Postato da: Dresda a 18:03 | link | commenti |

giovedì, 29 marzo 2007

Talebani terroristi? No, uomini.

A Kabul era meglio il mullah.

di Massimo Fini  (da Il Gazzettino - www.massimofini.it)

 

 

È sempre meno sopportabile che i principali talk-show siano in mano, da decenni, alla stessa compagnia di giro: sempre gli stessi i conduttori, i politici, gli esperti, i giornalisti. Sempre le stesse, quindi, le diatribe. Mai un pò di aria fresca, un punto di vista nuovo, diverso.
Si vive sull' 'a priori'. I Talebani sono terroristi . Perché lo siano nessuno lo spiega, è dato per scontato (per capire un po' meglio cosa siano i Talebani si legga lo splendido pezzo di Mastrogiacomo che vi ha convissuto per quindici giorni e nelle condizioni peggiori - La Repubblica - 21/3). In mancanza di meglio sono terroristi perchè han sgozzato l'autista-spia. Ma se durante la seconda guerra mondiale un inglese fosse stato scoperto a fare la spia per i tedeschi sarebbe stato fucilato sul posto. Qual è la differenza? Ah già, i nostri stomaci sono diventati molto delicati e non sopportano la vista del sangue, del corpo a corpo, della violenza fisica. Ma settimane fa due guerriglieri afgani assaltarono una base americana a colpi di fucile. Ripiegando si rifugiarono in un vicino villaggio. Se gli americani volevano prenderli potevano mandar fuori le truppe. Invece hanno sganciato due bombe da 900 chili uccidendo cinque donne, tre bambini e un vecchio, senza prendere i guerriglieri. Chi è il terrorista? Ma siccome la faccenda è stata sbrigata con l'asetticità della tecnologia ci sentiamo la coscienza a posto.

Quello di Karzai, si dice nei talk-show, è il governo legittimo dell'Afghanistan. Il governo legittimo dell'Afghanistan era quello del mullah Omar e dei suoi Talebani che avevano conquistato il potere dopo due anni di durissime battaglie con i 'signori della guerra'. Dice: ma sono arrivati al potere con la forza. Certo, perchè in Afghanistan il potere si conquista con la valentia guerriera e il coraggio, fisico e morale, non con le schede, le urne, le diatribe dialettiche che da quelle parti non hanno alcun senso. Ma per conquistarlo e mantenerlo ci vuole comunque l'appoggio della maggioranza della popolazione, come era stato per i Talebani . Il mullah Omar era infinitamente più rappresentativo della sua gente di Hamid Karzai che è alle dirette dipendenze dell'Amministrazione americana, come tutti sanno e come ha ammesso lui stesso in un'intervista al The New Yorker del luglio del 2005.

Con il pretesto di prendere un uomo che non abbiamo preso abbiamo occupato l'Afghanistan al suono di 'bombe blu' e all'uranio impoverito che avranno conseguenze devastanti per decenni. Ma la disgregazione più devastante per quel popolo deriva proprio dalla nostra presenza, anche quella pacifica. A Kabul sono finalmente arrivati - suprema espressione della democrazia - i bordelli. E sul Corriere di qualche tempo fa si poteva leggere: "Vegliano fino a notte alta migliaia di afgani, giovani e meno giovani, davanti alla Tv satellitare che grazie alle enormi paraboliche trasmette i clip indiani con seducenti cantanti carezzate da veli trasparenti. Passano ore al telefonino a scambiarsi immagini spinte e ad ascoltare suonerie al ritmo di lambada e macarena. Comprano per pochi dollari cd e dvd con i film occidentali porno. Si raccontano i desideri e le pene d'amore a radio Arman. Fanno le ore piccole negli 'Internet Cafè', cresciuti come funghi a Kabul. E si lustrano gli occhi: finalmente possono avere una visione integrale di quell'essere femminile che sotto i Talebani non poteva mostrare in pubblico le caviglie".

Insomma stiamo cercando di occidentalizzare a forza la popolazione afgana e, in attesa di corrompere anche le loro donne, in nome naturalmente della dignità femminile, di trasmettere a quegli uomini così belli, così affascinanti, così fieri, così audaci, così coraggiosi, così dignitosi, anche antropologicamente, così virili, feroci e crudeli anche, certo, ma uomini, le nostre nevrosi, le nostre ossessioni, il nostro vuoto esistenziale e spirituale, la nostra impotenza sessuale, la nostra sozzura.

Era meglio il mullah.

Postato da: Dresda a 22:05 | link | commenti |

martedì, 27 marzo 2007

Siamo ancora in guerra con i taleban?

questa sera lo sapremo

 

Centrodestra & Fiducia al Senato

(da www.impgress.com)

Quando non si sa cosa dire in Politica, si fanno confronti. Magari giustificati, come nel caso della crisi all'interno della ex Casa delle libertà, ribattezzata per l'occasione Casa dei Casini, prodotta dal voto o non voto per contrastare la linea del Governo sull'Afghanistan. Argomento di discussione è se staccare o meno la spina a Prodi. Apriti cielo: l'eutanasia giammai, sentenzia quel cattolico di Pierferdi. Dunque, avanti con l'accanimento terapeutico. Chi invece si traveste per una volta da Capezzone è Gianfranco Fini che ordina: stacchiamola questa benedetta spina che tiene in vita sto' governo. Così si dice. Cosi narrano le cronache dei quotidiani più letti. Il padre padrone dell'Udc avrebbe appunto deciso di dare una mano a Prodi infastidito dal successo di Berlusconi, sempre più amato da dame, tivvù e piazze. E così son casini sul serio. Pierferdi forte di un rigurgito democristiano che piace anche all'Unione, si sarà det to: "Ma come, ho fatto io da collante tra il Cavaliere e Fini e ora si permettono di darmi lezioni di tattica? Il gioco delle tre punte non è stato frutto di una mia accurata regia? Il Ronaldo della Cdl sono io. Loro sono soltanto i protagonisti di una soap che ha ormai stancato. E Berlusconi è ormai circonfuso di leggenda. Anche le sue ispirazioni sembrano più appropriate per un talk show di lacrime e dolore piuttosto che per trattative politiche. Il Prodi me lo cucino io. A fuoco lento". Se Bossi tira dritto per la via di Arcore a mediare è sempre lui: l'ex uomo nero di Almirante, ovvero quell'azzurro di Fini. Da neo democristiano tira la giacca a Pierferdi: "Amico mio, la cosa più lineare sarebbe di non dare via libera al decreto per il rifinanziamento delle truppe". Insomma, ha proprio ragione Rifondazione Comunista che asserisce che anche i ricchi piangono. E nella Beautiful della Cdl, la telenovela è sempre meno elevata, irredenta, ma impreziosita dai tocchi inconfondibili di r egisti che trasformano la normalità in un caleidoscopio di interpretazioni surreali, fragili, ripetitive e da sceneggiata napoletana. Quella cara a Clemente Mastella. Già, il ministro sulla barca di tutti: non sarà stato come giura e spergiura sulla barca dell'amore, ma in quanto a interpretazioni alla Mario Merola non ha rivali. Lui che fu il vate di Pierferdi ai tempi gai del Ccd. Al termine della telenovela che affligge i fan della Casa delle Libertà perdute, non sarebbe il caso di porsi questa fondamentale domanda: ma non è che sulla barca galeotta Mastella ci andò con Casini?

Postato da: Dresda a 18:15 | link | commenti |

domenica, 25 marzo 2007

23.3.1919... PRIMAVERA DI BELLEZZA...

Umberto Boccioni - Forme uniche della continuità nello spazio

23 MARZO 1919
Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento


di Alberto B. Mariantoni  (da www.mirorenzaglia.com)




Il 23 Marzo del 1919, quando ebbe luogo, a Milano, la prima Assemblea costitutiva dei ‘Fasci Italiani di Combattimento’, nessuno o quasi, in Italia ed all'estero, si accorse di quella riunione, né tanto meno prese in considerazione la portata storica, politica, economica, sociale, culturale ed esistenziale di quell'avvenimento.

Prova ne furono, le classiche ed asettiche ‘dieci righe’ di formale resoconto giornalistico che apparvero, il giorno dopo, sulle sole pagine di cronaca locale di alcuni quotidiani milanesi.

Ed era normale che così avvenisse!

Convocata a soli quattro mesi dalla firma dell'Armistizio di Villa Giusti (4 Novembre 1918) e dalla fine, per l'Italia, della Prima Guerra mondiale, quella “storica adunata” - non solo era stata distrattamente equivocata o semplicemente confusa, dagli osservatori esterni, con uno qualsiasi dei tanti convegni patriottici organizzati in quel periodo dagli ex-interventisti e/o ex-combattenti, ma - non aveva nemmeno avuto il tempo materiale di essere adeguatamente pubblicizzata, né ponderatamente né decentemente organizzata dai suoi stessi specifici promotori.

In altre parole, considerando che le situazioni di contingenza del Paese fossero più che mai imperiose ed incalzanti, l'allora direttore del "Popolo d'Italia", Benito Mussolini, e quello sparuto manipolo di camerati che lo attorniava e lo sosteneva sin dal 1914-15, avevano, per così dire, tentato di anticipare gli eventi (che immancabilmente inizieranno ad avverarsi nei mesi successivi) e, di conseguenza, avevano goliardicamente, dilettantisticamente e profusamente improvvisato.

L'annuncio per la convocazione di quell'Assemblea, infatti, dopo un primo fugace accenno di ‘appello’ lanciato dal futuro Duce l'11 Gennaio del 1919, aveva incominciato ad essere sistematicamente pubblicizzato, sul ‘Popolo d'Italia’, soltanto a partire dal 2 Marzo dello stesso anno. Cioè, esattamente diciannove giorni prima dell'incontro preparatorio di quel convegno (21 Marzo) e ventuno, dall'effettiva data di quel fatidico raduno (23 Marzo).

Risultato: alla vigilia di quell' “importantissima riunione”… (come lo stesso Mussolini l'aveva fino ad allora definita), l'iniziativa in questione era riuscita a malapena a raccogliere, in tutta la Penisola, soltanto 400 adesioni individuali (verbali o scritte) ed una trentina di conferme collettive di sostegno, da parte di qualche marginale associazione di reduci, di mutilati e di studenti.

Il 23 Marzo del 1919 - la data scelta dai futuri Sansepolcristi (come verranno definiti i partecipanti a quella riunione, a partire da quella data) - era una domenica come tante altre.

Milano - svestitasi temporaneamente del suo tradizionale e laborioso dinamismo feriale - si era, in quel giorno, apaticamente risvegliata sotto un'intermittente e noiosa pioggerellina primaverile. E piazza San Sepolcro (forse fu un caso, ma oggi è accertato che è proprio su quella piazza che sorgeva l’antico Forum della Mediolanum romana), raramente frequentata nei giorni festivi, appariva agli occasionali passanti, appena un po' più animata del solito.

Già dalle prime ore del mattino, infatti, diversi capannelli di persone, incuriosite o interessate, si erano spontaneamente costituiti dal lato opposto dello stretto piazzale che tuttora fronteggia la prominente basilica dalla facciata di aspetto medioevale (ma rifatta nel 1800) che è affiancata da due caratteristici campanili di stile romanico. E quell'inconsueto e sorprendente assembramento - con la sua attenzione principalmente rivolta all'indaffarato ed impaziente andirivieni che regnava davanti al portone d'ingresso del settecentesco ed, in quel tempo, abbastanza fatiscente Palazzo Castagni (sede designata per quella riunione) - faceva da estemporanea e surreale cornice al quadro piuttosto assembleare e senz'altro effervescente di quel rumoroso e singolare convegno.

All'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del ‘Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli’ della provincia di Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo “benevolmente concessi” dai responsabili del Capitalismo lombardo, come ebbero più tardi a pretendere i cosiddetti antifascisti della venticinquesima ora! - c'era di tutto: combattenti, arditi, volontari e mutilati della Prima Guerra mondiale, studenti, operai, commercianti, imprenditori, liberi professionisti, disoccupati, poeti, artisti, ex-interventisti, socialisti rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, nazionalisti, futuristi, repubblicani, monarchici, massoni e, perfino, alcuni ebrei. E fu davvero un “miracolo” che la risicata e piuttosto deprimente Sala dei Commercianti di quel Circolo riuscisse addirittura quasi a riempirsi con meno di un centinaio di presenze effettive, tra cui - oltre i soliti curiosi e qualche poliziotto in borghese - soltanto 53 o 54 delegati dei nascituri ‘Fasci Italiani di Combattimento’.

Un reale fallimento, da un punto di vista formale. Ed uno strabiliante ed incalcolabile successo, se viene presa in considerazione la specifica qualità e la profonda sostanzialità di quell'avvenimento!

Quel giorno, infatti, al di là delle roboanti e bellicose dichiarazioni di principio che furono rispettivamente pronunciate dai diversi intervenuti, non furono soltanto gettate le basi di quello che più tardi diventerà il Fascismo Italiano. Quel giorno, se vogliamo, venne ri-inaugurato l'antico, naturale, umano e sempre valido metodo di fare politica all'interno della società: fissare, cioè, un obiettivo o uno scopo da raggiungere e chiamare indistintamente ed indiscriminatamente a raccolta tutti coloro che direttamente o indirettamente - al di là di qualunque schieramento partitico di appartenenza o qualsiasi schema ideologico o politico preconcetto - sono pronti, con il loro cuore, il loro spirito, la loro mente e/o le loro braccia ad implicarsi personalmente e concretamente in quell'impresa comune, per tentare di contribuire quotidianamente e fattivamente alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità politica, economica, culturale e militare del proprio Stato, nonché al benessere, alla fierezza ed alla dignità del Popolo-Nazione di cui si fa parte.

Ancora oggi, persino tra gli stessi Fascisti o presunti tali (il più delle volte, politicamente ottenebrati dalla rituale e ciclica "corsa alle sedie" democratica o semplicemente forviati o colonizzati da più di sessant’anni di quotidiana e martellante propaganda antifascista), ci si continua a meravigliare che un tale avvenimento abbia potuto effettivamente avere luogo. Oppure, che - in quell'occasione - "tutto" ed il "contrario di tutto" abbiano potuto incoerentemente ed inverosimilmente confluire in quel modesto e contraddittorio alveolo.

Come sappiamo, però, da quell’apparentemente incoerente alveolo, iniziò a scaturire un dinamico ed essenziale zampillo di speranza. Da quell’incontenibile anelito di vita, incominciò a sgorgare un irrisorio e trascurabile rigagnolo che, nel corso dei mesi, si trasformerà, dapprima, in torrente impetuoso e, successivamente, in poderosa, straripante e travolgente fiumana. E l’Italia ritornò a chiamarsi Roma!

Oggi, tentare di descrivere quel particolare episodio della nostra Storia, sembra davvero come raccontare una favola…

Eppure, fu semplicemente Storia. Storia di uomini e di volontà umane che tenacemente vollero ed arditamente e decisamente seppero raggiungere l'obiettivo che si erano liberamente, ostinatamente ed altruisticamente imposto di conseguire.

Quella loro Storia, ancora oggi, se ancora ce ne fosse bisogno, è là per dimostrare al mondo che quando si vuole, si può. E che il semplice buon senso e l'antica ‘arte del fare’, quando sono opportunamente “conditi” con un po' di coraggio e di autentica e trascinante abnegazione, oltre ad essere la migliore ricetta di ogni sana politica, sono sempre in grado, in ogni momento della Storia, di sconfessare qualunque tipo di teoria precostituita ed, allo stesso tempo, di contraddire, inficiare o stravolgere qualsiasi preteso, inevitabile o dogmatico "senso della storia"!



* * *




II



MA... "IL LEGIONARIO NON CANTA PIU'"


Le sconfitte si trasformano in disfatte, quando non abbiamo la forza di ribellarci alla sorte.

«Mancò la fortuna, non il valore…» si disse. Quando ancora con le carni lacere ed insanguinate, pur perdendo la quarta sponda, i nostri padri continuarono a combattere ed a morire con il nome d’Italia sulle labbra.

«Mancò la fortuna…», ma il valore e la tenacia di quanti avevano combattuto e sofferto, diede la forza, ad altri, di reagire.

Si inalberò nel cielo una bandiera. All’appello accorsero, cantando, le giovani linfe dell’onore e del santo sacrificio. L’Italia fu Repubblica, ma la fortuna, ancora una volta, volse altrove il suo sguardo. E fu sconfitta.

Il valore, però, non era mancato. E nel suo segno, a migliaia vennero i figli d’Italia per continuare.

La sacrosanta lotta del «sangue contro l’oro», ancora una volta, aveva rinvigorito, con il suo sacrificio, la fiamma dell’eterna luce di Roma.

La giovinezza d’Italia si era battuta con le unghie e con i denti. Aveva perduto, ma non era ancora stata soggiogata.

La fierezza ed il valore di quanti ci avevano preceduto, ci spronarono a credere ed, insieme ad essi, a sperare più forte.

Lottammo con tenacia e caparbietà, poiché su quella strada, il Legionario furente e scarnito dalle mille battaglie, aveva ancora una volta intrapreso, a fatica, il cammino della speranza. E cantando, ci aveva additato la meta comune.

Abbiamo fatto insieme molta strada, Legionario. Ed anche se il tuo passo ormai infiacchito dagli anni non ci ha più dato la sua inconfondibile cadenza, il cammino non lo abbiamo mai smarrito, non lo abbiamo mai interrotto: la stessa meta di ieri, la stessa tua canzone di sempre, per la stessa Patria.

Nel lungo e difficile cammino intrapreso, non ci siamo mai dimenticati di te. E nelle soste dei nostri bivacchi, attorno ai fuochi, tra dolci folate di brezza, abbiamo continuato ad udire la tua canzone.

Quella canzone, l’abbiamo intonata anche noi. L’abbiamo insegnata ai nostri figli ed ai nostri nipoti. E nel cielo stellato e sereno, la nostra comune canzone è volata a chiamare la luce.

Abbiamo cantato. Abbiamo lottato entusiasti. Abbiamo atteso. Abbiamo sofferto in silenzio, senza mai perdere di vista il punto fisso che tu ci avevi indicato, sulla linea indelebile dell’orizzonte. Ma il bagliore del nostro immancabile avvenire, stenta, però, ancora oggi, ad illuminare di sole l’aurora della nostra vita.

La nostra religiosa ed irriducibile contemplazione della natura, cerca invano di percepire una tua parola. Un tuo segno. Un tuo indizio.

Cerca di captare nel vento le indimenticabili strofe del tuo canto travolgente di allora. Ma, purtroppo, è silenzio. Stasi. Inspiegabile quiete.

Perché non canti più Legionario?

Cade d’un tratto dal cielo una goccia a rigarci le membra: è pianto, non acqua.

Forse, non è questa la strada? Per caso, abbiamo frainteso la meta che ci avevi indicato?

Canta, Legionario, ti preghiamo. Ti imploriamo. Ti supplichiamo.

Perchè non canti più, Legionario?

Tu che sei l’eterno custode della nostra Rivoluzione e del nostro radicato ed imperituro ideale, rispondici. Dicci qualcosa.

Perchè ci abbandoni, Legionario?

Ti scongiuriamo: additaci ancora la strada, se l’abbiamo smarrita.

Dacci ancora la forza di cadenzare il nostro passo ormai stanco ed affaticato dagli anni, al canto della tua e della nostra Fede. E non lasciare che il tuo silenzio e le tue indecifrabili lacrime facciano irrimediabilmente sgorgare dai nostri cuori, la triste amarezza della nostra desolata disperazione.



Postato da: Dresda a 23:37 | link | commenti |

Politica estera del Prodi-bis

 

 

si torna al punto di partenza!

 

Prodi presentò le dimissioni perché la sua maggioranza aveva bocciato al Senato la relazione del ministro D’Alema sugli obiettivi di politica estera del Governo. In molti rimasero colpiti dal gesto del Professore e pensarono che il suo era stato un comportamento esemplare. Quanta dignità nel rendersi conto che in campo internazionale occorreva un Paese forte e compatto, quanto valore nel passare la mano e farsi da parte. Solo che poi si tornò punto e daccapo, perché il nuovo Governo chiamato per l’occasione “Prodi-bis” vedeva l’ex Presidente della Commissione europea nuovamente sul ponte di comando. Insomma, fiumi di polemiche sui giornali, insulti in televisione, battibecchi a non finire, ma un unico risultato: nulla era cambiato. Anche se a ben vedere qualcosa non era più come prima. Marco Follini stava ora con il Centrosinistra, pur essendo stato a suo tempo eletto nel Centrodestra. In più il programma dell’Unione veniva ridotto dalle 281 pagine iniziali a poche piccole frasi contenute nel dodecagono voluto da Prodi e accettato da tutto il Centrosinistra. Due i diktat fondamentali: “vietato esternare un pensiero contrario a quello del Governo” e “sostegno alla missione italiana in Afghanistan” (quest’ultimo fra l’altro era il primo dei dodici punti). Più o meno rispettata la regola di non esprimere pareri contrari a quelli del Presidente del Consiglio (tutto sommato anche alla manifestazione per i Dico furono pochi gli uomini della maggioranza che vi presero parte), restava da accettare il proseguimento della guerra in Afghanistan. Oggi su questo tema il Governo si impantana nuovamente. In Senato non tutti i deputati della maggioranza voteranno il rifinanziamento della missione (e di conseguenza la loro astensione varrà come voto contrario). Ma questa volta Prodi non si pone il problema che ci sia una posizione chiara della maggioranza su un tema così importante. Martedì non si approva una semplice relazione di politica estera, ma si prende un’importante decisione internazionale. E come per magia questa volta la Sinistra continua a ripetere che i voti dell’ opposizione bastano e avanzano. Perfino Fassino si rivolge alla Cdl, mettendo le mani avanti: “Siate responsabili e votate il rifinanziamento della missione”. Addirittura Rutelli, invece di pensare ai dissidenti del suo schieramento (veri o falsi che siano), dice che votando no il Centrodestra perderebbe credibilità. Ma la credibilità la perde per primo il Centrosinistra nel momento in cui il Governo non rispetta l’impegno, preso con tutti i cittadini, di dimettersi qualora non fosse più capace di sostenere da solo la sua politica estera.

Postato da: Dresda a 12:54 | link | commenti |

venerdì, 23 marzo 2007

Scempiate per tutti i gusti

"Rutelli: con il no la Cdl perde credibilità"

 

Il Governo non intende mantenere le promesse di dimissioni in caso non riesca a sostenere da solo la sua politica estera ( a questo proposito rimandiamo al nostro articolo, di qualche settimana fa, dove avvertivamo che il Governo Proni-bis sarebbe durato a lungo). Ma Rutelli, in vista del voto sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, invece di pensare ai dissidenti della Sinistra, preferisce attaccare Berlusconi e la Cdl! Strano? Certo che no, visto che il Centrosinistra si gioca al Senato tutte le poltrone. Naturalmente l'Udc si è già schierato per il rifinanziamento della missione. Se Forza Italia voterà SI mostrerà forte coerenza con i propri principi (che noi comunque non condividiamo), quella coerenza che manca alla Sinistra radicale che dice di essere contro la guerra e vota per la guerra (o fa finta di votare contro la guerra, quando c'è l' "aiutino" dell'opposizione, richiamata oggi da Rutelli e ieri da Fassino). E poi hanno il coraggio di sventolare la bandiera del Che 

MODENA - "Non devono fare marcia indietro, altrimenti è un crollo di credibilità". Così Francesco Rutelli ha risposto ai cronisti a Modena che lo hanno interpellato sulle perplessità di Berlusconi e della Cdl per il voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. "Non posso pensare che il centrodestra, dopo avere votato a favore delle missioni quando i nostri soldati sono partiti - ha detto il vicepremier - possa votare perché i soldati ritornino a casa e non svolgano la loro funzione umanitaria, si tratti del Libano dove sono a tutela della pace, si tratti dell'Africa dove sono in missione umanitaria, si tratti di Medio Oriente, Balcani, Afghanistan. E' evidente - ha detto ancora Rutelli - che un centrodestra che votasse no sarebbe in contraddizione con le sue decisioni. Noi - ha concluso - quando eravamo all'opposizione abbiamo votato sì e non ne abbiamo avuto paura".  [...] (ansa)

Postato da: Dresda a 21:49 | link | commenti |

Come in guerra

 

 

 

 

 

 

Un classico scambio di prigionieri come in guerra

 

di Massimo Fini

 

 

Le modalità del rilascio di Daniele Mastrogiacomo dimostrano ciò che vado sostenendo da tempo. Che si può pensare ciò che si vuole del movimento talebano ma non si può considerarlo né un movimento banditesco né terrorista. Quando hanno fermato il giornalista italiano, l’interprete e l’autista lo hanno definito un “arresto”, perché i tre, secondo la loro prospettiva si erano introdotti illegalmente nel territorio da loro controllato. L’autista era una spia perché, in una situazione analoga quando aveva accompagnato un giornalista per un’intervista a un comandante talebano, aveva fornito agli inglesi le coordinate del luogo dove si trovava consentendogli di catturarlo.

E l'hanno giustiziato come si fa, in guerra, con le spie. Accertato invece che né Mastrogiacomo né l'interprete erano spie non hanno richiesto denaro o «aiuti umanitari» ma uno scambio di prigionieri. Come si fa in guerra. Mastrogiacomo l'hanno trattato duramente, a causa delle condizioni difficilissime in cui si trovano ad operare (sono settimane che la Nato sta bombardando il sud dell'Afghanistan) ma con correttezza e, come avevano fatto con una giornalista inglese durante l'attacco americano del 2001, l'hanno restituito fisicamente integro.

Del resto non si capisce da dove derivi questa bolla di infamia di movimento terrorista affibbiata ai Talebani. Non c'era un solo afgano nei commandos che attaccarono le Torri Gemelle e il Pentagono. Non un solo afgano è stato trovato in seguito nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda. Ci sono arabi sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, tunisini, marocchini, ma non afgani. La pratica terrorista è estranea alla cultura e alla tradizione afgana e quindi talebana. Non si registra un solo atto di questo tipo, tantomeno kamikaze, durante i dieci anni di pur impari conflitto con gli invasori sovietici. E se dagli inizi del 2006 anche la guerriglia talebana ha cominciato a far uso di terrorismo - niente comunque in confronto con quanto avviene in Iraq - è per due ragioni sostanziali.

1) Cinque anni di presenza occidentale in Afghanistan hanno inquinato la loro cultura più di quanto avessero fatto i sovietici in dieci.
2) L'esasperazione e la frustrazione di dover battersi con combattenti che non combattono, ma con macchine, con aerei come i Predator e i Dardo americani, che non hanno equipaggio ma missili micidiali, i cui piloti, copiloti e puntatori stanno comodamente seduti a una consolle, manovrando il tutto da Nellis nel Nevada. Nonostante questo, si sa che cè un forte contrasto fra il mullah Omar, il leader carismatico del movimento, che è contrario, in armonia con la cultura afgana, ad attacchi terroristici che «colpiscano anche civili innocenti», e uomini come Dadullah che, agendo sul campo, possono vantare l'efficacia di simili metodi (e sono abbastanza convinto che se Mastrogiacomo ne è uscito indenne è perché il canale di Gino Strada era Omar che durante gli anni in cui era al potere lasciò lavorare liberamente Emergency).

La colpa dei Talebani è di essersi trovati in casa, al momento dell'attacco alle Torri Gemelle, Bin Laden, questo ricchissimo e ambiguissimo arabo saudita che proprio gli americani avevano piazzato da quelle parti e foraggiato in funzione antisovietica. Ma Bin Laden era un problema anche per loro. Tanto è vero che quando Bill Clinton propose ai Talebani di ucciderlo si mostrarono disponibili. Il braccio destro del mullah Wakij, si incontrò due volte segretamente col presidente americano, il 28 novembre e il 18 dicembre 1988, e gli propose di fornirgli le coordinate esatte del luogo dove si trovava Bin Laden perché potessero colpirlo. Ma la responsabilità, spiegò Wakij, dovevano assumersela per intero gli americani, lasciando fuori il governo di Kabul, perché Osama in Afghanistan aveva costruito ospedali, scuole, strade, ponti, godeva quindi di grande prestigio presso la popolazione che non avrebbe accettato un suo assassinio per mano talebana. Ma inspiegabilmente Clinton, che pur aveva preso l'iniziativa, all'ultimo momento rinunciò.

In ogni caso sono passati sei anni e Bin Laden non è stato preso e non è più possibile sostenere che gli americani e i loro alleati sono ancora in Afghanistan per dargli la caccia. Sono truppe di occupazione. Così almeno le considera l'88% dei maschi afgani interpellati dal britannico Senlis, uno dei più importanti centri studi di politica internazionale. Né è lecito dire che, Bin Laden o no, stiamo facendo la guerra ad Al Quaeda. Secondo lo stesso Senlis «nel movimento insurrezionale afgano... Al Quaeda non riveste un ruolo significativo».

Adesso emergono anche sui media occidentali, sia pur timidamente, le ragioni per cui a suo tempo i Talebani si affermarono in Afghanistan e perché ottennero l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione. Perché tagliarono le unghie ai «signori della guerra» che, dopo dieci anni di conflitto con i sovietici, erano diventati più feroci che mai e vessavano la popolazione, taglieggiando, rubando, rapinando, ammazzando, stuprando. Talebani riportarono la legge e l'ordine, sia pure una dura legge e un duro ordine, nel Paese. Cosa che cercano di fare anche ora nelle zone da loro controllate impedendo gli arbitri della corrottissima polizia afgana (formata peraltro da poveracci che hanno accettato questo pericolosissimo ingaggio per potersi sfamare). Ma questo punto non è più nemmeno una questione talebana, con tutta evidenza è la rivolta di un popolo fiero e orgoglioso che non ha mai accettato occupazioni di stranieri, che li ha sempre cacciati come fece con gli inglesi e, recentemente, con gli invasori sovietici. Non è più una guerra talebana, è una guerra di popolo, dove ai Talebani si mischiano coloro che talebani non sono mai stati. Questa è la realtà. Continuare cocciutamente a ignorarla è un errore che ci potrebbe costare caro.

Massimo Fini (http://www.massimofini.it.)
Fonte: http://www.ilgazzettino.it

Postato da: Dresda a 08:59 | link | commenti |

giovedì, 22 marzo 2007

Ci pensano le toghe

 

 

Prodi è nei guai? I giudici mettono di mezzo Berlusconi e i giornalisti alzano un provvidenziale polverone.

 

MILANO - Negli appunti sequestrati all'ex giornalista di Famiglia Cristiana, Guglielmo Sasinini, e citati nell'ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere 13 persone, nell'ambito dell'inchiesta milanese sulle indagini illegali, è riportato schematicamente un presunto "accordo" risalente all'epoca "pre governo Berlusconi" (il primo, quello del 1994), che avrebbe visto la cessione di "70 miliardi" di lire, "dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà".

BOSSI: BUFALA COLOSSALE, QUERELA A SASININI
"Una bufala colossale". Così si é espresso Umberto Bossi dopo aver appreso la notizia per cui, nell' inchiesta sui dossier illeciti, sarebbe emersa traccia di un accordo tra il leader della Lega e Silvio Berlusconi per il versamento da parte di quest'ultimo di una somma di 70 miliardi, allo scopo di garantire assoluta fedeltà del Carroccio a Forza Italia. "La fedeltà esiste a fatica tra moglie e marito, figurarsi in politica", ha aggiunto Bossi con una battuta. Bossi inoltre - informa una nota del quotidiano 'La Padania' - ha dato mandato ai suoi legali di "querelare l' ex giornalista Guglielmo Sasinini, al quale i dossier sono riconducibili".  [...] (ansa)


Postato da: Dresda a 23:22 | link | commenti |

mercoledì, 21 marzo 2007

La pace continua a colpire gli italiani. E se fossimo invece in guerra?

 

 

Neanche il tempo di rallegrarci per la liberazione del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, che dall’Afghanistan arrivano ancora tragiche notizie. Un nostro soldato è stato ferito da colpi di arma da fuoco mentre con altri suoi commilitoni si trovava in perlustrazione nella provincia di Farah, nella parte occidentale del Paese. Fortunatamente sta bene e nessun altro è rimasto coinvolto nell’incidente. Tuttavia sappiamo, visti i precedenti, che poteva anche andare peggio. Bastava poco perché la gioia per la liberazione di Mastrogiacomo si trasformasse in disperazione. Quei nostri soldati in Afghanistan che, mentre esploravano il territorio, venivano investiti da un’improvvisa raffica di proiettili (sparati non si sa bene da chi), sarebbero potuti ritornare in Italia dentro delle bare. Sfiorata una strage come quella di Nassiriya. L’Italia intera si sarebbe nuovamente commossa. A questo punto, però, il Governo non può più sottrarsi dal fare una riflessione che lo porti a prendere decisioni importanti ed efficaci, per risolvere la situazione in Afghanistan. Innanzitutto occorre capire se sia il caso di continuare a ripetere a tutti gli italiani che in quel Paese non è in corso alcuna guerra e che i nostri soldati sono ben voluti dalla maggioranza degli afgani. Perché se è vero, come è vero, che gli italiani non partecipano, almeno non ogni giorno, ai combattimenti veri e propri, poiché si trovano in quella parte dell’Afghanistan deliberatamente abbandonata dai talebani, tuttavia bisogna anche considerare che numerosi sono stati gli attentati e gli assalti che hanno preso di mira i nostri soldati. E in alcuni casi abbiamo subito anche delle dolorose perdite. Troppo spesso a mettere in pericolo i nostri militari è stato l’equipaggiamento carente e molte altre volte il rispetto di regole di ingaggio inadeguate alla situazione. Il soldato ferito ieri è un incursore del 9/o reggimento d'assalto “Col Moschin”, l'unico reparto di forze speciali dell'Esercito. Si apprende pure che “gli incursori sono soldati capaci di muoversi e combattere in tutti gli scenari operativi, dall'alta montagna all'ambiente subacqueo e anfibio, raggiunti tramite aviolanci da alta quota o infiltrandosi a piccoli nuclei. I parà del Col Moschin - il cui motto è "della folgore l'impeto" - sono inoltre addestrati ad operare in contesti ostili, a grande distanza dalle linee amiche.” Si tratta, insomma, di gente preparata alla guerra. Eppure questi rambo nostrani sono stati sorpresi e non hanno potuto nemmeno rispondere al fuoco. é evidente che il nostro esercito non ha ancora ben compreso la situazione in cui si trova a operare, forse perché gli ordini impartiti dal Governo italiano non sono chiari per nulla. La svolta arriverebbe qualora Prodi finalmente decidesse se partecipare o meno alla guerra che si sta combattendo in Afghanistan. Le nostre truppe potrebbero essere in breve catapultate sul vero campo di battaglia, a fianco dei soldati inglesi, e lì conquistarsi onore e gloria. Nel caso si optasse, invece, per una scelta pacifista, il ritorno a casa dei soldati sarebbe sicuramente approvato dalla maggioranza degli italiani.

Postato da: Dresda a 21:13 | link | commenti |

I leoni di Babilonia

 

 

 

 


È stato assassinato Yassin Ramadan, vice di Saddam. Anch’egli sul patibolo ha dato l’esempio

 



BAGHDAD - L'ex vicepresidente iracheno Taha Yassin Ramadan, condannato a morte per il (presunto e mai provato) massacro di 148 sciiti nel 1982 a Dujail, e' stato messo a morte a Baghdad, prima dell'alba, mediante impiccagione, Lo ha confermato un membro dell'ufficio del primo ministro iracheno Nuri al Maliki. ''Ramadan e' stato impiccato alle 3:05 (ora locale, 1:05 in Italia).
L'esecuzione è avvenuta senza incidenti e senza violazioni (della legge)'', ha detto alla France Presse il responsabile, che ha chiesto di restare anonimo. All'impiccagione - ha aggiunto la fonte - hanno assistito membri del gabinetto del premier al Maliki e del ministero della Giustizia, oltre a un medico, un giudice e un legale del condannato. L'avvocato Badie Aref, che faceva parte del collegio di difesa dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein (impiccato il 30 dicembre scorso), aveva confidato in serata alla France Presse che Ramadan aveva ''avuto il diritto di telefonare alla famiglia''. ''Il legale (di Ramadan) mi ha detto che era calmo e sereno. Ha chiesto alla famiglia e agli amici di pregare per lui, ed ha dichiarato di non aver paura della morte''. (ansa)

 


L’Iraq che abbiamo ridotto dal paese più avanzato e più vivibile del Vicino Oriente alla culla di una guerra etnica e tribale, da un paese indipendente ad una provincia iraniana vassalla degli Usa, ci da ancora una volta l’esempio. Con la capacità di morire da uomini che mettono in mostra i dirigenti del partito Baa’t. Questi governanti che diedero al paese un sistema sociale, medico e strutturale tra i migliori al mondo e che seppero far convivere etnie e religioni fra le più disparate, oggi che sono messi a morte dai signori della droga installati sul trono da Bush e Ahmadinejad, mostrano a tutti come si può morire da uomini liberi e degni. 

 

 

NoReporter

Postato da: Dresda a 12:49 | link | commenti |

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